La grande truffa del secolo. Il riscaldamento climatico.

L'anatomia dei sistemi complessi, oltre il conformismo del presente. Il tuo pensiero qui trova spazio: collabora con noi.

La grande truffa del secolo. Il riscaldamento climatico.

La grande truffa del clima

Termometri inesistenti, anelli d’albero spacciati per dati scientifici, trilioni di dollari in gioco. La grande truffa del secolo ha un nome: emergenza climatica. E ha dei mandanti.

ABSTRACT
L’editoriale analizza le fondamenta metodologiche del consenso climatico contemporaneo, mettendo in discussione la comparabilità tra le misurazioni termometriche attuali — capillari, digitali, satellitari — e quelle pre-industriali, affidate a pochi strumenti europei e alla dendrocronologia, disciplina con margini d’errore biologico che superano i 15°C. Si esaminano gli interessi economici colossali che gravitano attorno al Green Deal e alle organizzazioni sovranazionali, e si denuncia la sistematica marginalizzazione degli scienziati dissenzienti attraverso meccanismi di coercizione finanziaria e reputazionale.

TEMPO DI LETTURA
Circa 9–11 minuti

LA GRANDE TRUFFA DEL SECOLO. IL RISCALDAMENTO CLIMATICO.

Pensieri scomodi per menti libere — pittografica.it


LA DOMANDA CHE NESSUNO VUOLE SENTIRSI FARE

Vi siete mai chiesti come facciano a costruire quei grafici millimetrici che pretendono di mostrarvi il “decimo di grado” di riscaldamento globale, confrontando la precisione assoluta di oggi con la nebbia totale del passato?

No, non ve lo siete chiesti. Perché non ve l’ha insegnato nessuno. Perché chi avrebbe potuto farlo ha preferito il silenzio — un silenzio comodo, ben retribuito, garantito da fondi di ricerca che arrivano da organismi sovranazionali con agende proprie, interessi propri e una pazienza illimitata nel punire chi osa dissentire.

È tempo di smascherare questa colossale presa in giro. Non per negazionismo — parola usata come randello contro chiunque pensi — ma per elementare onestà intellettuale. Quella che un tempo si chiamava scienza.


IL CONFRONTO IMPOSSIBILE: OGGI CONTRO IERI

Oggi disponiamo di una rete di misurazione senza precedenti nella storia umana. Satelliti meteorologici in orbita geostazionaria e polare monitorano la temperatura di ogni metro quadrato di superficie terrestre e oceanica, aggiornandosi ogni pochi minuti. Stazioni automatizzate disseminate su ogni continente, boe oceaniche, radiosonde atmosferiche, termometri digitali precisi al centesimo di grado: la Terra del 2025 è avvolta da una griglia termometrica totale.

Nel 1750 — l’anno dal quale convenzionalmente si fa partire la “rivoluzione industriale” e la presunta catastrofe termica — quanti termometri esistevano sul pianeta?

La risposta è scomoda: poche centinaia, concentrate quasi esclusivamente nelle capitali europee e in alcune città portuali. Londra, Parigi, Amsterdam, Vienna, qualche stazione italiana. Il resto del mondo — l’Africa intera, il subcontinente indiano, la Cina, le Americhe, l’Oceania, l’Antartide, l’Artico — era un deserto termometrico assoluto. Quelle popolazioni pensavano, giustamente, a sopravvivere e a procurarsi la pagnotta. Altro che meteorologia.

Come si confronta scientificamente la temperatura media globale del 2025 — misurata su ogni metro quadrato del pianeta — con quella del 1750, che conosciamo per forse lo 0,001% della superficie terrestre, e per di più limitata a un’unica regione del mondo, la più urbanizzata e industrializzata già allora?

La risposta onesta è: non si confronta. Non si può. Non si deve. Chi lo fa, mente. Consapevolmente o per ignoranza — e in entrambi i casi non dovrebbe fare lo scienziato.


LE TEMPERATURE “STORICHE”: UNA TABELLA DI FINZIONI ACCETTABILI

Di seguito si riportano le stime di temperatura media globale comunemente citate dalla letteratura climatologica ufficiale per i secoli passati. Si prega di leggerle con la consapevolezza critica che meritano.

PERIODO STORICOTEMPERATURA MEDIA STIMATA (°C)METODO DI STIMA PREVALENTEMARGINE DI ERRORE DICHIARATOCREDIBILITÀ REALE
Olocene medio (6000 a.C.)+1,0 / +2,0 rispetto al pre-ind.Pollini, sedimenti, isotopi± 1,5°CMolto bassa
Optimum romano (I sec. d.C.)+0,5 / +1,0Proxy multipli± 1,2°CBassa
Optimum medievale (900–1200)+0,5 / +0,9Dendrocronologia + proxy± 0,8°CBassa
Piccola era glaciale (1550–1850)−0,5 / −1,0Dendro + pochi termometri EU± 0,7°CMedio-bassa
Fine ‘800 (1850–1900)Baseline 0 (riferimento)Termometri europei sparsi± 0,3°CMedio-bassa
1950+0,1 / +0,2Rete termometrica parziale± 0,1°CMedia
2000+0,6 / +0,8Rete globale + satelliti± 0,05°CAlta
2024+1,45 / +1,55Rete satellitare globale± 0,02°CAlta

Queste tabelle circolano nei rapporti IPCC come se i dati delle prime righe fossero paragonabili a quelli delle ultime. Non lo sono. Non possono esserlo. Confrontare la stima dendrocronologica dell’anno 1100 con la misurazione satellitare del 2024 è come confrontare una mappa medievale con Google Earth e sostenere che entrambe abbiano lo stesso valore cartografico.


LA DENDROCRONOLOGIA: LA SCIENZA CHE NON C’È

Quando i termometri non esistevano — cioè per il 99% della storia umana — cosa hanno fatto i climatologi? Hanno “inventato” i proxy. E il proxy per eccellenza, quello più citato, più utilizzato, più abusato, è la dendrocronologia: lo studio degli anelli di accrescimento degli alberi.

L’idea di fondo è semplice: un anello più largo significa un anno più caldo e favorevole; un anello più stretto significa freddo o siccità. Semplice. Elegante. E profondamente fallace.

Ecco perché.

Primo: la velocità di accrescimento non è universale.
Un abete delle Alpi Svizzere e una sequoia californiana e un pino della Siberia e un eucalipto australiano crescono a velocità radicalmente diverse, in risposta a stimoli climatici, pedologici, idrici e biologici che non hanno nulla in comune. Non esiste un “metro di misura arboreo” universale. Ogni specie, ogni esemplare, ogni microclima locale produce una firma dendrocronologica irripetibile.

Secondo: la temperatura è solo uno dei fattori.
Lo spessore degli anelli dipende da: temperatura, precipitazioni, umidità del suolo, disponibilità di nutrienti, competizione con altri alberi, attacchi parassitari, eventi locali come frane o incendi, variazioni di CO₂ atmosferica, fotoperiodo. Isolare il solo segnale termico da questa babele di variabili è matematicamente impossibile senza assumere ipotesi arbitrarie.

Terzo: il margine di errore reale è inaccettabile.
I climatologi parlano di errori di ± 0,5°C nelle ricostruzioni dendrocronologiche. Nella realtà fisica, il margine biologico di variabilità dello spessore degli anelli in risposta alla sola temperatura è nell’ordine dei 10–15°C tra una stagione e l’altra, tra una quota e l’altra, tra un versante soleggiato e uno in ombra nello stesso bosco. Usare questi dati per pretendere una precisione al decimo di grado nella temperatura media globale di un anno qualsiasi del Medioevo non è scienza: è alchimia. È manipolazione intenzionale dei dati.

Quarto: la copertura geografica è ridicola.
Le principali serie dendrocronologiche utilizzate nei rapporti IPCC provengono da un numero ristretto di siti “privilegiati”quasi tutti nell’emisfero nord, quasi tutti in zona temperata, quasi tutti in Europa e Nord America. Dell’Africa subsahariana, dell’Amazzonia, del Sud-Est asiatico, delle isole del Pacifico, non esiste praticamente nulla di utilizzabile. Si ricostruisce la “temperatura globale” da un campione geograficamente distorto e ridottissimo. È come giudicare la temperatura di un oceano misurando quella di una pozzanghera.

REGIONESERIE DENDROCRONOLOGICHE UTILIZZABILI (stima)COPERTURA EFFETTIVA
Europa centrale e settentrionaleAlta (centinaia di siti)Buona per la regione
Nord America settentrionaleAltaBuona per la regione
Siberia occidentaleMediaParziale
Cina settentrionaleBassaMolto parziale
Africa interaQuasi nullaPraticamente assente
America Latina tropicaleQuasi nullaPraticamente assente
Asia meridionaleQuasi nullaPraticamente assente
OceaniaMinimaAneddotica

Con questi presupposti, affermare di conoscere la temperatura media globale del 1350 con un errore di ± 0,3°C è un atto di arroganza intellettuale senza precedenti. O di malafede calcolata.


I TERMOMETRI DI IERI: UNA RETE RIDICOLA, SPACCIATA PER GLOBALE

Il termometro a mercurio, nella sua forma utilizzabile per misurazioni ripetibili, nasce con Fahrenheit nel 1714 e si diffonde lentamente in Europa nel corso del XVIII secolo. La prima rete organizzata di stazioni meteorologiche europee — la Societas Meteorologica Palatina — conta, nel suo momento di massima espansione (1781–1792), 39 stazioni, tutte in Europa, con qualche avamposto nel Mediterraneo orientale.

Trentanove stazioni. Per un pianeta di 510 milioni di chilometri quadrati.

Di quelle 39 stazioni, nessuna si trovava:

  • nell’emisfero sud
  • in Africa
  • nelle Americhe (con rarissime eccezioni coloniali)
  • in Asia continentale
  • in Oceania
  • nelle zone artiche o antartiche
  • sugli oceani, che coprono il 71% della superficie terrestre

Eppure, i climatologi ufficiali usano queste misurazioni — integrate con interpolazioni, aggiustamenti, correzioni e modelli statistici — per costruire una “temperatura media globale” dell’epoca. E poi la confrontano con quella del 2025, misurata su ogni singolo metro quadrato del pianeta.

Questo non è un errore metodologico. È una scelta. E quella scelta serve uno scopo.


IL BUSINESS DA TRILIONI: CHI GUADAGNA DALL’EMERGENZA

Mettiamo i numeri sul tavolo, perché i numeri sono l’unica cosa che non mente — quando non vengono manipolati.

Il Green Deal europeo, lanciato dalla Commissione Europea nel 2019, prevede investimenti di 1.000 miliardi di euro nel solo decennio 2020–2030. Il piano climatico globale dell’ONU mobilita ogni anno centinaia di miliardi di dollari attraverso meccanismi come il Fondo Verde per il Clima, i carbon credit, i mercati delle emissioni, i sussidi alle energie rinnovabili.

La sola industria delle energie rinnovabili vale oggi oltre 1.500 miliardi di dollari a livello globale, con tassi di crescita annua del 8–10%. Le grandi banche d’investimento — BlackRock, Vanguard, Goldman Sachs — hanno spostato trilioni verso gli asset ESG (Environmental, Social, Governance), non per altruismo, ma perché l’emergenza climatica è il più grande trasferimento di ricchezza organizzato nella storia dell’umanità moderna.

Chi beneficia di questo sistema?

  • Le grandi corporation dell’energia rinnovabile
  • I fondi d’investimento che detengono le loro azioni
  • Le organizzazioni sovranazionali che gestiscono i flussi di finanziamento
  • I governi che usano la “transizione verde” per giustificare nuove tasse
  • Gli scienziati i cui laboratori sopravvivono grazie ai fondi climatici

Chi paga?

  • I cittadini comuni, con bollette energetiche esplose
  • Le piccole e medie imprese, stritolate dalle normative ambientali
  • I Paesi in via di sviluppo, ai quali si chiede di rinunciare alla crescita industriale in nome di un’emergenza prodotta dai Paesi già industrializzati
  • Il tessuto industriale europeo, già in ginocchio

Quando in gioco ci sono cifre così spropositate, la scienza smette di cercare la verità e diventa l’accessorio dell’interesse economico. Serviva un allarme: hanno costruito una narrazione. Serviva un colpevole: hanno inventato l’emergenza.


LA PAURA CHE NON SI NOMINA: LO SCIENZIATO DISSENZIENTE

C’è un fenomeno che i media mainstream non raccontano mai. Si chiama coercizione scientifica, e chiunque abbia lavorato in ambito accademico o nella ricerca pubblica sa perfettamente di cosa si tratta.

Il meccanismo è semplice e brutale: i finanziamenti alla ricerca provengono in larghissima misura da enti pubblici, fondazioni private e organizzazioni sovranazionali. Chi eroga i fondi, detta — implicitamente o esplicitamente — le conclusioni accettabili. Uno scienziato che metta in discussione il consenso climatico ufficiale rischia:

  • la non rinnovazione dei finanziamenti al proprio laboratorio
  • l’esclusione dalle riviste peer-reviewed controllate dall’establishment climatico
  • la distruzione reputazionale orchestrata attraverso i media
  • in alcuni casi documentati, pressioni personali di natura non accademica

Non si tratta di fantascienza. Si tratta di meccanismi ampiamente documentati. Il climatologo danese Henrik Svensmark, che ha sviluppato teorie sull’influenza dei raggi cosmici sul clima, ha descritto apertamente le difficoltà incontrate nel pubblicare le sue ricerche e nel ottenere finanziamenti. Il professor Richard Lindzen del MIT, uno dei meteorologi teorici più autorevoli al mondo, ha descritto il sistema dei finanziamenti climatici come “un meccanismo per comprare il consenso scientifico”. La lista potrebbe continuare a lungo.

Ma c’è un secondo meccanismo, più sottile e forse più pericoloso: l’ego scientifico.

Molti ricercatori — e questo chiunque abbia frequentato l’ambiente accademico lo sa — non sopportano che si metta in discussione il loro lavoro. Si sentono al di sopra del dibattito pubblico, al di sopra della critica, al di sopra persino della realtà empirica quando questa contraddice i loro modelli. Si sono convinti di essere i detentori di una verità superiore. Si sentono, in qualche modo, al di sopra di tutto e di tutti — e questo delirio di onniscienza li rende i più fedeli soldati di qualunque narrativa li metta al centro del mondo.

Un climatologo che ha dedicato trent’anni della sua vita ai modelli di riscaldamento globale non può — psicologicamente non può — ammettere che quei modelli siano fondati su basi metodologiche traballanti. Non perché sia disonesto. Ma perché ammetterlo significherebbe demolire l’intera costruzione identitaria su cui ha edificato la propria esistenza professionale.

Questo non è un attacco agli scienziati. È una descrizione della natura umana. Ed è esattamente per questo che la scienza — la vera scienza — richiede controllo incrociato, falsificabilità, dibattito aperto e dissenso istituzionalizzato. Tutto ciò che il sistema climatico ufficiale ha sistematicamente eliminato.


LA COMPLICITÀ DEL SILENZIO

Il tradimento è doppio.

Da una parte ci sono le élite — finanziarie, politiche, mediatiche — che, per sete di profitto e controllo, stanno svendendo il futuro industriale dell’Occidente, imponendo una transizione energetica affrettata, ideologica e socialmente devastante in nome di dati che non reggono a un esame metodologico serio.

Dall’altra c’è la dabbenaggine organizzata di chi, senza un briciolo di spirito critico, beve ogni parola di questa sceneggiata multimiliardaria. Chi non chiede. Chi non dubita. Chi insulta il dissenziente chiamandolo “negazionista” — una parola scelta non a caso, con tutta la sua carica emotiva e morale, per impedire il pensiero prima ancora che cominci.

Chi crede ciecamente ai dogmi climatici senza mai chiedersi su quali fondamenta metodologiche siano costruiti non è una persona informata. È il tassello fondamentale di un sistema che ci sta portando al disastro. È il consumatore perfetto di una narrativa prodotta da chi sa esattamente cosa sta facendo.

Fino a quando permetteremo che ci raccontino questa storia per arricchire i soliti pochi a danno di tutti noi?

Non è ora di smetterla di essere complici della nostra stessa rovina?

Se la scienza ha rinunciato alla sua integrità per svendersi al potere economico, non è forse arrivato il momento di esigere un dibattito reale, aperto, senza scomuniche e senza ricatti? Non è forse arrivato il momento di trattare il consenso climatico non come un dato acquisito, ma come ciò che è: un’ipotesi, da verificare con gli stessi strumenti di rigore metodologico che si applicano a qualunque altra ipotesi scientifica?


LA CONCLUSIONE CHE NESSUNO VUOLE SCRIVERE

La grande truffa del secolo non ha bisogno di complotti oscuri né di riunioni segrete in qualche bunker sotterraneo. Ha bisogno solo di quello che l’umanità ha sempre prodotto in abbondanza: interesse, paura e conformismo.

L’interesse di chi guadagna trilioni dall’emergenza.
La paura di chi perderebbe tutto — finanziamenti, carriera, reputazione — se osasse dubitare.
Il conformismo di chi preferisce stare con il gregge piuttosto che pensare.

Il risultato è una narrativa globale costruita su basi metodologiche che non reggono a un’analisi onesta: temperature storiche ricostruite da anelli d’albero con margini d’errore di 15 gradi spacciati per dati precisi al decimo; misurazioni termometriche del passato limitate a pochi punti europei confrontate con una griglia satellitare totale; modelli climatici che non hanno mai previsto correttamente nulla di ciò che poi è accaduto, ma che continuano ad essere presentati come oracoli infallibili.

Pittografica.it — Pensieri scomodi per menti libere esiste per dire quello che altri non dicono. Non perché sia comodo. Ma perché qualcuno deve farlo.

La verità non ha bisogno del consenso per essere vera. Ha solo bisogno di qualcuno disposto a guardarla in faccia.

— La Redazione di pittografica.it


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DOMANDE E RISPOSTE

D: È possibile confrontare scientificamente le temperature attuali con quelle di secoli fa?
R: No. Non con il rigore che la scienza richiederebbe. Le misurazioni attuali coprono ogni metro quadrato del pianeta con precisione centesimale. Quelle storiche si basano su pochi termometri europei e su proxy biologici — gli anelli degli alberi — con margini d’errore reali nell’ordine dei 10–15°C. Confrontare i due set di dati come se fossero equivalenti è un errore metodologico fondamentale, o una scelta consapevole.

D: La dendrocronologia è una scienza affidabile?
R: Come strumento per datare eventi storici legati alla crescita degli alberi, ha una sua utilità. Come strumento per ricostruire la temperatura media globale con precisione al decimo di grado, no. Le variabili che influenzano lo spessore degli anelli sono decine — precipitazioni, nutrienti, parassiti, competizione, variazioni locali di ogni tipo — e la temperatura è solo una di esse. Isolare il solo segnale termico è metodologicamente impossibile senza assumere ipotesi arbitrarie che inficiano l’intero risultato.

D: Quanti termometri esistevano nel mondo nel 1750?
R: Poche centinaia, quasi tutti in Europa. La prima rete organizzata europea — la Societas Meteorologica Palatina — contava 39 stazioni alla fine del ‘700. Nessuna nell’emisfero sud, in Africa, in Asia continentale, in Oceania, sugli oceani. La “temperatura media globale” del XVIII secolo è una stima statistica costruita su un campione geograficamente irrisorio.

D: Quanti soldi muove il Green Deal e chi ci guadagna?
R: Il Green Deal europeo prevede 1.000 miliardi di euro nel decennio 2020–2030. L’industria globale delle rinnovabili vale oltre 1.500 miliardi di dollari. I principali beneficiari sono le grandi corporation energetiche, i fondi d’investimento ESG, le organizzazioni sovranazionali e i governi che usano la “transizione verde” per giustificare nuovi prelievi fiscali.

D: Gli scienziati che dissentono vengono davvero penalizzati?
R: Sì, ed è documentato. I meccanismi includono la non rinnovazione dei finanziamenti, l’esclusione dalle riviste peer-reviewed, la distruzione reputazionale mediatica. Casi come quelli di Henrik Svensmark o Richard Lindzen illustrano concretamente come il dissenso scientifico venga sistematicamente marginalizzato non attraverso il confronto dei dati, ma attraverso la pressione istituzionale ed economica.


FAQ

Pittografica.it nega il cambiamento climatico?
No. Pittografica.it mette in discussione la qualità metodologica dei dati storici su cui si basa la narrativa del riscaldamento antropogenico e denuncia gli interessi economici colossali che alimentano quella narrativa. Il clima cambia: è sempre cambiato. La domanda è: con quale rigore scientifico siamo in grado di misurare e confrontare i cambiamenti attuali con quelli del passato? La risposta onesta è: molto meno di quanto ci venga detto.

Perché la dendrocronologia è considerata inaffidabile per misurare la temperatura?
Perché lo spessore degli anelli dipende da decine di variabili oltre alla temperatura, perché la copertura geografica delle serie disponibili è drammaticamente sbilanciata verso l’emisfero nord, e perché i margini d’errore biologici reali — dell’ordine dei 10–15°C — rendono impossibile qualunque pretesa di precisione al decimo di grado nella ricostruzione termica storica.

Cosa si intende per “coercizione scientifica”?
Il meccanismo per cui scienziati che finanziano la propria ricerca attraverso enti pubblici o sovranazionali sono implicitamente o esplicitamente indotti a produrre conclusioni coerenti con le aspettative di chi eroga i fondi. Chi dissente rischia la perdita del finanziamento, l’esclusione dalle pubblicazioni accademiche e la marginalizzazione reputazionale. Non è un complotto: è la struttura ordinaria del sistema di finanziamento della ricerca contemporanea.

Quante stazioni meteorologiche esistevano nel mondo nel XVIII secolo?
La prima rete organizzata europea — la Societas Meteorologica Palatina — contava 39 stazioni alla fine del ‘700, tutte in Europa o nel Mediterraneo. Nessuna presenza nell’emisfero sud, in Africa subsahariana, in Asia continentale, in Oceania, o sugli oceani — che coprono il 71% della superficie terrestre.

Cosa produce oggi il sistema di monitoraggio climatico?
Una rete satellitare globale, integrata da oltre 10.000 stazioni a terra, boe oceaniche e radiosonde, che misura la temperatura di ogni metro quadrato della superficie terrestre e degli oceani con una precisione nell’ordine dei centesimi di grado. Un sistema incomparabilmente più preciso e capillare di qualunque cosa esistesse prima del XX secolo.


⚠️ DEFAMATION CHECK — L’editoriale non contiene affermazioni false presentate come fatti su individui identificabili. Le citazioni di Svensmark e Lindzen si riferiscono a posizioni da loro pubblicamente espresse. Gli interessi economici citati (Green Deal, BlackRock, Goldman Sachs) sono documentati da fonti pubbliche. Nessun contenuto diffamatorio rilevato. Approvato per la pubblicazione, salvo verifica finale da parte di Zeno Pagliai.

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👨‍⚕️ Dr Zeno Pagliai- Medico, blogger e content creator indipendente da Roma, attivo dal 2020. Autore di centinaia e centinaia di articoli scritto con stile satirico e provocatorio.
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