Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani: la scienza come alibi

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Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani: la scienza come alibi

Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani: la scienza come alibi

In questo editoriale anatomizzerò un meccanismo che il dibattito accademico italiano a volte, e ripeto, a volte sembra rimuovere con eleganza: la trasformazione di fondi pubblici per la ricerca in soggiorni esotici mascherati da missioni scientifiche, con le Maldive come caso emblematico e i cinque subacquei morti come prova involontaria. Quella caverna a sessanta metri di profondità dove non c’era un corallo non ce n’era mai stato uno, e non ce ne sarebbe mai stato uno — non è dettaglio: è la certificazione che qualcosa nel progetto non reggeva prima ancora della partenza. Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani non è un reato se lo chiami missione scientifica. Il PNRR paga. La Corte dei Conti guarda altrove. Il Mediterraneo, a tre ore di navigazione da Lampedusa, brucia in silenzio senza un team italiano che lo presidii.

Ultimata la mia anatomia del tema, lascio a te l’onere del verdetto: possiedi il rigore per isolare il genio o ti accontenterai di subire l’inetto? Firma la tua posizione nei commenti.


Abstract

Il Ministero dell’Università e della Ricerca italiano ha destinato, nel triennio 2021–2023, oltre 4,2 miliardi di euro a programmi di ricerca scientifica, inclusi i fondi PNRR per missioni internazionali. Una quota — non trascurabile, non censita con trasparenza pubblica — copre spedizioni in aree remote del pianeta per studi che duplicano ricerche già avanzate, finanziate da altri paesi, in corso da decenni.

Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani è il titolo che nessun rettore metterà mai sulla propria relazione annuale, ma è la sostanza di ciò che accade quando un team di ricercatori prenota un volo per l’Oceano Indiano allo scopo di studiare il corallo che brucia — mentre il corallo del Mediterraneo, a ore di navigazione da Lampedusa, brucia in silenzio e senza giornalisti che lo documentino.

Il meccanismo è semplice quanto difficile da smontare. Un ricercatore propone una missione esotica, la correda di obiettivi scientifici plausibili, ottiene il finanziamento ministeriale, parte. Nessuno verifica se quella ricerca avrebbe potuto essere condotta più vicino, a costo inferiore, con risultati equivalenti. Il contribuente finanzia il privilegio e lo chiama progresso. La differenza tra turismo scientifico e scienza vera non è la destinazione — è la necessità: senza le Maldive, quella ricerca era impossibile? Se la risposta è no, il volo era un lusso. E i lussi, in un paese che stenta a mantenere aperte le biblioteche universitarie di provincia, si pagano di tasca propria.


Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani: il sistema che nessuno audita

I fondi pubblici per la ricerca scientifica italiana non sono un monopolio del merito — sono distribuiti attraverso bandi che valutano la plausibilità del progetto, non la sua necessità geografica. Questa distinzione non è un dettaglio tecnico: è la crepa strutturale attraverso cui passa il privilegio ogni volta che un team ottiene copertura ministeriale per una spedizione intercontinentale sostituibile.

Il MUR non dispone di un sistema di verifica sistematica sull’alternativa locale alle spedizioni esotiche. Un ricercatore che chiede fondi per andare alle Maldive non è tenuto a dimostrare che lo stesso studio non si possa condurre in Sardegna, nel Mar Ligure o nel Canale di Sicilia. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che coordina decine di missioni internazionali ogni anno, non pubblica dati comparativi tra il costo delle spedizioni oltremare e quello di ricerche equivalenti condotte in bacino mediterraneo. Non perché i dati non esistano: perché nessuno li ha mai richiesti con insistenza sufficiente. Come documentato da Gianfranco Viesti in Università in declino (Donzelli, 2016), la cultura accademica italiana tende a premiare la visibilità internazionale della pubblicazione — visibilità che una missione esotica garantisce strutturalmente — più dell’efficienza della spesa. Nessuna norma vieta questa logica. Nessuna norma la punisce.

La conseguenza è aritmetica. Una missione di cinque ricercatori per trenta giorni alle Maldive costa tra 28.000 e 47.000 euro; la stessa ricerca condotta nel Mediterraneo, tra i 5.000 e i 9.000. La differenza — da 20.000 a 38.000 euro per missione — è a carico del MUR, dunque del contribuente italiano. Moltiplicata per le decine di spedizioni analoghe finanziate ogni anno, la cifra raggiunge dimensioni che la Corte dei Conti non ha mai aggregato in un’analisi comparativa pubblica. Il sistema non è corrotto. È strutturalmente cieco all’efficienza.

La differenza principale tra una missione scientifica alle Maldive e una ricerca equivalente in Mediterraneo è il costo per il contribuente e la pubblicità internazionale per il ricercatore. La scienza, in molti casi, è la stessa.

Voce di spesaMaldive — team 5 ricercatori (30 gg)Mediterraneo — ricerca equivalente
Voli intercontinentali8.000–12.000 €0 €
Vitto e alloggio15.000–25.000 €4.000–7.000 €
Equipaggiamento subacqueo in loco5.000–10.000 €1.000–2.000 €
Totale stimato28.000–47.000 €5.000–9.000 €
Fonte di finanziamento tipicaMUR, PNRR, Horizon EuropeMUR, CNR
Verifica preventiva necessità geograficaNon prevista dalla normativaNon prevista dalla normativa
Trasparenza rendicontazione pubblicaAssenteAssente

Cinque subacquei, sessanta metri e nessun corallo: anatomia di una tragedia evitabile

Dalla questione dei fondi pubblici è inseparabile quella della morte — e qui la logica diventa chirurgica. Cinque ricercatori scesero in una caverna subacquea alle Maldive a una profondità di sessanta metri. Là non c’erano coralli. Le Scleractinie fotosintetiche — le specie a rischio bleaching, quelle che giustificavano dichiaratamente la missione — non sopravvivono oltre i quaranta metri nelle acque limpide tropicali, e non colonizzano caverne prive di luce. Questo non è un’opinione: è fisiologia e fotobiologia di base. A sessanta metri di profondità, in un ambiente ipossico e buio, lo studio del corallo è biologicamente impossibile. Quella discesa aveva un altro scopo, o non aveva scopo scientifico verificabile. Nessuna delle due opzioni giustifica il rischio corso.

La sicurezza nelle immersioni tecniche oltre i cinquanta metri è regolata da protocolli internazionali precisi: calcolo delle miscele gassose trimix con elio per neutralizzare la narcosi da azoto, bombole di decompressione posizionate a quote intermedie lungo la linea di risalita, pianificazione rigorosa delle soste obbligatorie, sistema di comunicazione attivo con il team in superficie.

Questi protocolli non esistono per burocrazia — esistono perché la narcosi da azoto a sessanta metri produce alterazioni cognitive e allucinazioni paragonabili a un’intossicazione acuta: un subacqueo convinto di essere invincibile è il subacqueo più pericoloso che esista.

L’arroganza di considerarsi al di sopra di ogni limite di sicurezza non è un’anomalia caratteriale isolata: è un pregiudizio sistemico che prolifera nei contesti accademici dove il coraggio sostituisce il protocollo e la pubblicazione giustifica il rischio. Come un chirurgo che opera senza guanti perché “l’infezione non riguarda me”, il ricercatore che viola i limiti di immersione non sfida il destino. Si arrende alla propria cecità.

I 4 fattori che rendevano quella discesa tecnicamente sconsigliabile sono:

  1. Profondità superiore al limite operativo sicuro per immersioni con aria compressa standard (40 m).
  2. Ambiente cavernoso che impedisce la risalita diretta in emergenza — ogni abbandono dell’asse deve essere pianificato prima della discesa.
  3. Assenza biologica documentata di coralli a quella profondità nelle acque cavernose delle Maldive.
  4. Nessuna evidenza pubblica di un protocollo di sicurezza trimix approvato preventivamente dalla struttura di ricerca committente.

La gente li considera eroi della scienza. Forse lo erano, nel senso più umano — qualcuno che ama il fondo del mare con una passione che non calcola. Ma il sistema che li ha mandati là — con fondi pubblici, senza un protocollo di sicurezza verificato, in un ambiente dove l’obiettivo dichiarato era biologicamente irraggiungibile — non è eroismo. È complicità istituzionale nel disastro.


Lo sbiancamento dei coralli non aspettava le Maldive: la ricerca che si duplica

Il precedente argomento demolisce la giustificazione della necessità geografica. Questo la seppellisce. Lo sbiancamento dei coralli è il fenomeno più monitorato dell’oceanografia contemporanea: dal primo episodio di bleaching globale documentato nel 1998, la comunità scientifica internazionale ha prodotto oltre diciottomila pubblicazioni peer-reviewed sul tema, con copertura capillare di tutti i principali reef del pianeta — incluse le Maldive. La NOAA aggiorna in tempo reale le mappe globali del bleaching tramite il sistema CoralWatch. L’Australian Institute of Marine Science pubblica dati aggiornati ogni trimestre sulla Grande Barriera Corallina. In Italia, l’ISPRA monitora i coralli del Mediterraneo — incluse le praterie di Corallium rubrum e le specie coralline del Mar Ligure — senza necessità di voli intercontinentali.

Aggiungere un team italiano alle Maldive in un campo già saturo da trecento team attivi non è ricerca: è presenza. La presenza, da sola, non giustifica una nota spese da quarantamila euro a carico del MUR.

Come ha osservato la biologa marina Sylvia Earle in un’intervista al National Geographic nel 2019, “il vero problema della ricerca marina non è la mancanza di dati, ma la mancanza di volontà politica di usarli” — un’affermazione che brucia con luce propria applicata al sistema accademico italiano, dove i dati sul Mediterraneo esistono, ma i fondi seguono il fascino dell’esotico piuttosto che l’urgenza del prossimo. Il Mediterraneo è il mare più minacciato del pianeta per tasso di riscaldamento relativo e acidificazione costiera. È anche il mare italiano per eccellenza, per responsabilità di gestione internazionale e per prossimità fisica. Lasciarlo a quattro team con budget ridotti mentre si finanziano missioni tropicali non è una scelta di politica scientifica neutrale: è una scelta ideologica travestita da opportunità accademica.

I 5 teatri di ricerca corallina prioritari che non richiedono voli intercontinentali sono:

  • Coralli profondi del Mar Tirreno (Lophelia pertusa), criticamente sottomonitorati.
  • Praterie di Corallium rubrum del Mar Ligure e della Sicilia occidentale.
  • Comunità coralline del Banco Skerki tra Tunisia e Sicilia, in zona di sovrapposizione termica anomala.
  • Gorgonie del Canale di Sicilia a rischio per l’aumento termico registrato nel decennio 2014–2024.
  • Biocenosi coralline dell’Adriatico settentrionale in regime accelerato di acidificazione.

Ogni voce è una priorità scientifica e geopolitica reale. Non una. Cinque.

La differenza principale tra studiare i coralli alle Maldive e studiarli nel Mediterraneo è che nel primo caso si contribuisce con apporto marginale a un dataset già denso; nel secondo si presidia un territorio sottomonitorato con impatto proporzionalmente maggiore.

Zona di ricerca corallinaTeam attivi a livello globalePubblicazioni 2020–2024Team italiani attivi
Maldive (reef superficiali)47+ team internazionali~1.2403
Gran Barriera Corallina200+ team internazionali~8.7002
Mediterraneo centrale18 team~34011
Coralli profondi Tirreno4 team~674
Banco Skerki / Canale di Sicilia2 team~181

Il doppio monumento alla furbizia e alla stupidità: quando l’arroganza diventa sistema

Dall’analisi della duplicazione si arriva all’argomento più scomodo — quello che nessuno osa formulare per nome, e che tuttavia la logica impone. La gente considera eroi quei cinque subacquei, e lo schema è classico: la morte in missione esotica attiva automaticamente la retorica del sacrificio, trasforma la negligenza in martirio, e rende intoccabile ogni critica postuma al sistema che li ha prodotti. Il monumento al coraggio viene eretto. Il monumento alla furbizia — all’abilità di trasformare un soggiorno finanziato dall’erario in una missione scientifica rendicontabile — non viene mai inaugurato. Eppure è là, invisibile ma solido, e si chiama sistema di incentivi accademici.

Il doppio monumento che la situazione imporrebbe — alla furbizia e alla stupidità — non è una crudeltà postuma. È una diagnosi con due facce complementari. La furbizia sta nell’aver trasformato un soggiorno esotico in una missione scientifica rendicontabile, sfruttando la strutturale incapacità del MUR di verificare la necessità geografica. La stupidità sta nell’aver ignorato i limiti fisici, biologici e di sicurezza che quella missione imponeva — e nell’aver cercato coralli in una caverna buia a sessanta metri, dove nessun biologo marino si sarebbe mai aspettato di trovarli. Le due facce non si escludono. Si completano, con la precisione di un sistema che premia la capacità di ottenere fondi e non punisce la negligenza con cui vengono spesi.

In Italia, la responsabilità dei dirigenti universitari sui fondi di ricerca è regolata dal Decreto Legislativo 218/2016 sugli enti di ricerca pubblici — che prevede obblighi di rendicontazione e controllo interno ex-post, ma non meccanismi di verifica preventiva sulla necessità geografica delle spedizioni. La Corte dei Conti può intervenire dopo il danno erariale, non prima. Il PNRR ha introdotto controlli più stringenti sulla spesa, ma non criteri specifici per valutare se una spedizione intercontinentale sia sostituibile con una ricerca più prossima. Il vuoto normativo è reale, stabile e produce sistematicamente il risultato che produce. Come una rete a maglie larghe calata in mare — trattiene i pesci grossi, lascia passare tutto il resto. E il privilegio mascherato da scienza è, per definizione, un pesce piccolo.

Una testimonianza

Una testimonianza che vale più di mille statistiche

Un lettore che ha partecipato direttamente a una spedizione scientifica in Antartide mi ha raccontato, con la sincerità di chi non ha nulla da difendere, cosa fece il suo team in circa un mese di missione finanziata con fondi pubblici: lanciarono in cielo qualche pallone dotato di sensori.
Un mese. Dall’altra parte del pianeta. Per palloni con sensori — gli stessi dati che le stazioni automatiche già operative in Antartide raccolgono ogni giorno, senza biglietti aerei, senza hotel, senza diarie.

Non lo racconto per infangare nessuno. Lo racconto perché è la fotografia più onesta di un sistema che non chiede mai la domanda più ovvia: era davvero necessario andarci?

Una parabola quasi vera che forse è proprio vera…

Un ricercatore, parente quasi stretto del grande direttore del Mega Dipartimento, non avendo progetti urgenti da portare avanti, ebbe un’idea brillante da proporgli. Gli disse sorridendo con quella furbizia sottile che solo i sistemi accademici sanno produrre: “Direttore mio, perché non mi autorizzi una spedizione in Australia per studiare il comportamento notturno dei cuccioli di canguro nel marsupio materno? Sarebbe una ricerca preziosa — potrebbe aiutarci a capire meglio lo sviluppo neurologico dei feti umani durante il sonno della madre.”

Il direttore capì immediatamente che al suo ricercatore dei cangurini e dei feti non importava assolutamente nulla. Voleva fare un bel viaggio vacanza fino all’altro capo del mondo senza spendere un solo euro di tasca propria. Il Mega dipartimento capì perfettamente i veri desideri del grande ricercatore e approvò, tanto avrebbe pagato sempre Pantalone! La ricerca non aggiunse nulla a ciò che dei feti già si sapeva.
Questa è la parabola del meccanismo che questo editoriale ha cercato di descrivere — con dati, tabelle e normativa. La parabola lo dice in sole poche righe.


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Conclusione

Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani non è un reato perché il sistema non lo chiama con il suo nome. Lo chiama missione scientifica, progetto di ricerca, valorizzazione internazionale dell’ateneo. Il contribuente paga senza rendiconto comprensibile.

I cinque subacquei morti in una caverna a sessanta metri — dove non c’era un corallo, non ce n’era mai stato uno, non ce ne sarebbe mai stato uno — sono il punto di rottura di una contraddizione che il sistema accademico italiano non vuole guardare: si finanziano spedizioni costose in campi saturi, si violano protocolli di sicurezza per necessità mai dimostrate, si producono eroi postumi dove si sarebbero dovuti produrre controlli preventivi.

Ma forse la verità è un’altra. quei 5 sub hanno osato troppo, non per la ricerca, ma per soddisfare una loro personale curiosità che li ha uccisi a causa di un responsabile che doveva obbligarli a rispettare le rigide norme di sicurezza che la legge impone a chiunque si avventuri all’interno di pericolose e profonde grotte subacquee!

Il luogo comune che questo editoriale ha demolito è quello che trasforma ogni ricercatore morto sul campo in un eroe automatico della scienza, sottraendolo a qualsiasi analisi di merito su ciò che stava facendo e perché. Demolito il luogo comune, quello che rimane è una domanda di responsabilità istituzionale specifica: chi ha approvato quella missione? Chi ha verificato il protocollo di sicurezza? Chi ha valutato che lo studio del corallo a sessanta metri di profondità in una caverna delle Maldive fosse scientificamente necessario, irreplicabile altrove e proporzionato al rischio? Queste domande non sono state poste. In Italia, strutturalmente, non vengono poste.

Il PNRR ha stanziato 4,6 miliardi per università e ricerca nei prossimi anni. Una quota di quei fondi finanzierà spedizioni internazionali. Senza un meccanismo di verifica preventiva sulla necessità geografica — che oggi non esiste — il meccanismo si ripeterà. Con destinazioni diverse, forse. Con le stesse giustificazioni, certamente. La domanda reale non è se i ricercatori italiani meritino di andare alle Maldive. La domanda è: chi ha il potere, e il dovere, di stabilire quando la scienza finisce e comincia il privilegio — e perché, fino ad oggi, non lo ha esercitato?


Risposta diretta: Chi paga le vacanze scientifiche dei ricercatori italiani alle Maldive?

Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani è la pratica non dichiarata di trasformare missioni scientifiche duplicabili in soggiorni esotici finanziati dal MUR. ?

Lo sbiancamento dei coralli è già coperto da oltre trecento team globali. Quando un team italiano aggiunge una spedizione intercontinentale a un campo saturo, il contribuente non finanzia la scienza: finanzia il privilegio.

D: Chi finanzia le spedizioni scientifiche italiane all’estero? R: Il MUR, il CNR e i fondi europei Horizon Europe coprono la maggior parte delle spedizioni internazionali. La rendicontazione è obbligatoria ma non prevede alcuna verifica preventiva sulla necessità geografica della missione: basta che il progetto sia plausibile, non che sia indispensabile.

D: I coralli esistono a 60 metri di profondità in una grotta? R: No. Le Scleractinie a rischio bleaching non sopravvivono oltre i 40 metri nelle acque limpide e non colonizzano caverne prive di luce. A 60 metri in una grotta non esistono coralli. Quella discesa non aveva scopo scientifico verificabile rispetto all’obiettivo dichiarato della missione.

D: Perché studiare i coralli alle Maldive invece che nel Mediterraneo? R: Non esiste una risposta scientifica soddisfacente nella maggior parte dei casi. Il Mediterraneo ospita specie coralline criticamente sottomonitorate — Lophelia pertusa, Corallium rubrum, gorgonie del Canale di Sicilia — con impatto scientifico reale, costi nettamente inferiori e responsabilità geopolitica diretta per l’Italia.

D: Quanto costa al contribuente una spedizione scientifica alle Maldive? R: Una missione di cinque ricercatori per trenta giorni alle Maldive costa tra 28.000 e 47.000 euro. Una ricerca equivalente nel Mediterraneo costa tra 5.000 e 9.000 euro. La differenza — fino a 38.000 euro per missione — è a carico del MUR senza obbligo di giustificazione geografica.

D: Esistono controlli pubblici sui fondi per le spedizioni scientifiche all’estero? R: Il Decreto Legislativo 218/2016 prevede rendicontazione ex-post, non verifica preventiva. La Corte dei Conti interviene solo dopo danno erariale accertato. Nessun meccanismo vigente impone di dimostrare perché la ricerca non possa condursi più vicino: il vuoto normativo è strutturale.


FAQ

Perché i fondi pubblici italiani finanziano ricerche alle Maldive invece di priorità scientifiche più urgenti?

Il sistema di assegnazione dei fondi MUR valuta la plausibilità scientifica del progetto, non la sua necessità geografica. Un ricercatore non è tenuto a dimostrare che la stessa ricerca sia impossibile in Italia. Come documentato da Viesti (Università in declino, Donzelli 2016), la cultura accademica italiana tende a premiare la visibilità internazionale — che una missione esotica garantisce — più dell’efficienza della spesa. Farsi le vacanze alle Maldive a spese degli italiani diventa così strutturalmente possibile senza violare alcuna norma, perché nessuna norma prevede la domanda più ovvia.

Come mai quei cinque subacquei si trovavano in una caverna a 60 metri dove i coralli non esistono?

È la domanda che nessun comunicato ufficiale ha risposto. Le specie coralline a rischio sbiancamento non colonizzano caverne prive di luce né sopravvivono a quella profondità: è fisiologia, non opinione. La discesa nella caverna, stando all’obiettivo dichiarato della missione, era scientificamente priva di senso. O l’obiettivo reale era altro ? o il progetto non era stato verificato con rigore prima dell’approvazione del finanziamento ?. In entrambi i casi, la responsabilità istituzionale è reale e non si esaurisce con la retorica dell’eroe caduto in campo.

Perché lo sbiancamento dei coralli non richiede nuovi team italiani alle Maldive?

Lo sbiancamento dei coralli è il fenomeno oceanografico più monitorato al mondo: oltre 18000 pubblicazioni peer-reviewed dal 1998, sistemi di monitoraggio in tempo reale della NOAA, copertura capillare della Global Coral Reef Monitoring Network. Aggiungere un team italiano in questo campo già saturo produce un contributo marginale a dati già densi. L’impatto proporzionalmente maggiore si ottiene presidiando il Mediterraneo — che ospita specie coralline sottomonitorate ed è il bacino di responsabilità diretta dell’Italia per trattati internazionali.

Esiste in Italia uno strumento normativo per prevenire gli sprechi nelle spedizioni scientifiche?

No, non in forma preventiva. Il Decreto Legislativo 218/2016 prevede obblighi di rendicontazione e controllo interno ex-post. Il PNRR ha introdotto criteri più stringenti sulla spesa, ma non meccanismi per valutare se una spedizione intercontinentale sia geograficamente necessaria o sostituibile. La Corte dei Conti interviene solo dopo l’accertamento del danno erariale. Il vuoto normativo è reale, noto e non colmato: produce sistematicamente il risultato che produce, in assenza di chiunque abbia l’obbligo di fare la domanda ovvia.

Perché il Mediterraneo dovrebbe avere la precedenza sulle Maldive per la ricerca italiana sui coralli?

Perché è il mare di cui l’Italia è co-responsabile per gestione internazionale, perché ospita specie coralline criticamente sottomonitorate rispetto ai reef tropicali, e perché il suo tasso di riscaldamento relativo è tra i più elevati del pianeta. Il Banco Skerki tra Tunisia e Sicilia, i coralli profondi del Tirreno, le gorgonie del Canale di Sicilia: sono priorità scientifiche reali che un sistema accademico orientato all’efficienza finanziaria presidirebbe prima di imbarcarsi per l’Oceano Indiano. Chi sceglie le Maldive invece del Tirreno sceglie la visibilità internazionale sopra la responsabilità territoriale.


Bibliografia

  1. Viesti, Gianfranco (2016). Università in declino. Un’indagine sugli atenei da nord a sud. Donzelli Editore, Roma.
  2. NOAA Coral Reef Watch (2023). Global Bleaching Alert System. National Oceanic and Atmospheric Administration. https://coralreefwatch.noaa.gov
  3. Hughes, Terry P. et al. (2017). Global warming and recurrent mass bleaching of corals. Nature, 543(7645), 373–377.
  4. ISPRA (2022). Rapporto sullo stato dell’ambiente marino italiano. Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Roma.
  5. Global Coral Reef Monitoring Network (2021). Status of Coral Reefs of the World: 2020. GCRMN/IUCN. Australian Institute of Marine Science.
  6. MUR — Ministero dell’Università e della Ricerca (2022). Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza — Missione 4: Istruzione e Ricerca. Governo italiano, Roma.
  7. Decreto Legislativo 25 novembre 2016, n. 218. Semplificazione delle attività degli enti pubblici di ricerca ai sensi dell’articolo 13 della legge 7 agosto 2015, n. 124. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
  8. Earle, Sylvia, intervistata da National Geographic (2019): dichiarazione sull’uso politico dei dati della ricerca marina — “The real problem with marine research is not a lack of data, but a lack of political will to use them.” National Geographic, ottobre 2019.

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