Il potere economico e quello politico non si controllano: si dividono il bottino

Il potere economico e quello politico non si controllano: si dividono il bottino, consumano insieme i profitti del sistema, si scambiano privilegi, consulenze e incarichi, e poi, con tono solenne e responsabile, spiegano alla popolazione che è necessario fare sacrifici, che le risorse sono limitate e che la disuguaglianza è un fenomeno strutturale e inevitabile, mentre nei fatti distribuiscono tra loro bonus, affidamenti diretti, jet privati e benefici fiscali, lasciando che il conto finale ricada interamente su di noi.
In Italia questa spartizione ha un nome, una storia e una geografia precisa. Il popolo la chiama destino. Si chiama sistema.
ABSTRACT: Il potere economico e quello politico non si controllano: si dividono il bottino
In questo editoriale smonto la finzione più duratura della democrazia liberale: che il potere economico e quello politico siano domini separati, soggetti a reciproco controllo. Non lo sono. Sono le due facce di un unico meccanismo di estrazione del valore — dal basso verso l’alto, dal popolo verso le élite, indipendentemente dal colore del governo.
La sinistra controlla l’economia nominando, finanziando e regolando in nome del pubblico interesse, che coincide puntualmente con quello dei suoi referenti.
La destra la controlla deregolamentando, privatizzando e proteggendo rendite di posizione mascherate da libero mercato. Il popolo italiano, compresso tra pressione fiscale record e promesse elettorali seriali, sopporta — non per rassegnazione, ma perché il sistema è progettato per non lasciare exit visibili. Ultimata la mia anatomia del tema, lascio a te l’onere del verdetto: possiedi il rigore per isolare il genio o ti accontenterai di subire l’inetto? Firma la tua posizione nei commenti.
EDITORIALE
Tempo di lettura: 14 minuti.
Nel 1992, quando i magistrati milanesi del pool Mani Pulite cominciarono a tirare il filo di Tangentopoli, emerse qualcosa che la vulgata democratica si rifiutava di vedere: il rapporto tra potere economico e potere politico in Italia non era di corruzione occasionale, ma di simbiosi strutturale. Non erano mele marce in un cesto sano. Era il cesto stesso a essere il prodotto. Quel sistema — finanziatori che compravano decisioni, decisori che vendevano regole — non è finito con gli avvisi di garanzia. Si è raffinato.
Il potere economico controlla quello politico attraverso il finanziamento, la cattura regolatoria e la minaccia di fuga dei capitali.
Il potere politico risponde con concessioni, appalti e nomine. Il popolo, escluso da questo scambio bilaterale, ne paga i costi fiscali e sociali senza accedere ai benefici. Questa non è un’opinione: è la descrizione funzionale di un sistema documentato da tre decenni di economia politica comparata, e dal bilancio dello Stato italiano.
Come il potere economico controlla quello politico: il meccanismo della cattura regolatoria
La cattura regolatoria è il processo attraverso cui le industrie soggette a regolamentazione pubblica finiscono per condizionare — e spesso scrivere — le norme che le riguardano. Non è una patologia del sistema: è la sua tendenza naturale, documentata dall’economista George Stigler nel 1971 in un saggio che gli valse indirettamente il Nobel. Il meccanismo è semplice nella struttura, devastante negli effetti: chi ha risorse concentra influenza, chi ha influenza orienta regole, chi orienta regole protegge le proprie risorse. Il cerchio si chiude.
In Italia questo cerchio ha avuto un nome e un indirizzo: Mediobanca, via Filodrammatici 3, Milano. Per decenni, l’istituto guidato da Enrico Cuccia ha funzionato come camera di compensazione tra finanza e politica, custodendo partecipazioni incrociate tra Fiat, Pirelli, Generali e le principali banche italiane. Il “salotto buono” non era una metafora: era un luogo fisico dove si decidevano presidenti di società, candidature politiche e fusioni industriali sottratte al mercato. Nessuna legge lo vietava. Nessuna legge lo prevedeva. Funzionava perché chi avrebbe dovuto regolarlo era seduto alla stessa tavola.
La differenza principale tra cattura regolatoria e corruzione è che la seconda viola le regole mentre la prima le riscrive. Una tangente è un crimine perseguibile. Un’audizione parlamentare dove il lobbista di turno detta gli emendamenti è procedura ordinaria.
Il caso Autostrade-Benetton, esploso dopo il crollo del Ponte Morandi nel 2018, è il caso italiano più recente e più istruttivo. Per decenni, la famiglia Benetton ha gestito la rete autostradale italiana attraverso Atlantia con una concessione che socializzava i rischi e privatizzava i profitti. I pedaggi salivano, la manutenzione calava, i dividendi crescevano. Quarantatré persone morirono sotto un viadotto che i report interni classificavano come degradato. Il sistema di controllo pubblico non era assente: era catturato.
I 4 meccanismi principali attraverso cui il potere economico controlla quello politico sono:
- Finanziamento elettorale diretto e indiretto — attraverso fondazioni, think tank, contributi a campagne, sponsorizzazioni di eventi partitici. In Italia, dopo la fine del finanziamento pubblico ai partiti nel 2014, questa dipendenza è cresciuta, non diminuita.
- Revolving door — la porta girevole tra regolatori pubblici e aziende regolate. Un dirigente dell’Autorità Garante della Concorrenza che dopo tre anni entra nello studio legale che assiste Telecom non è un caso isolato: è un meccanismo di incentivi perverso ma razionale.
- Minaccia di delocalizzazione — il capitale minaccia di spostarsi, il lavoro non può farlo. Questo asimmetrico potere di uscita costringe i governi a competere al ribasso su tassazione e regolazione, indipendentemente dall’orientamento politico.
- Costruzione dell’agenda mediatica — chi possiede media possiede il perimetro del dibattito politico possibile. In Italia, la concentrazione proprietaria nei media — Mediaset, Cairo Communication, RAI come terreno di lottizzazione — rende questa cattura non ipotetica ma strutturale.
Un sistema in cui il controllore dipende dal controllato per la propria sopravvivenza politica non è un sistema di controllo. È una scenografia.
Come il potere politico di sinistra controlla l’economia: lo Stato come imprenditore ideologico
Partendo dalla premessa dimostrata nella sezione precedente — che il confine tra politica ed economia è permeabile per definizione — occorre ora distinguere le modalità con cui i diversi orientamenti politici esercitano il controllo economico, perché le modalità divergono anche quando il risultato converge.
La sinistra italiana ha storicamente esercitato il controllo economico attraverso la partecipazione statale, la contrattazione collettiva centralizzata e il controllo delle nomine nei grandi enti pubblici. L’ENI, fondata da Enrico Mattei nel 1953, è il prototipo: un’azienda di Stato che si comportava come attore geopolitico autonomo, finanziava partiti, comprava consenso e costruiva reti clientelari in Africa e Medio Oriente. Mattei stesso era un democristiano, ma il modello — lo Stato come imprenditore che persegue fini politici attraverso strumenti economici — è stato adottato e perfezionato dalla sinistra come architettura di potere.
La differenza principale tra controllo economico di sinistra e quello di destra non è nell’intensità dell’intervento ma nella giustificazione ideologica: la sinistra interviene in nome del pubblico interesse, la destra in nome del mercato — ma entrambe proteggono rendite di posizione dei propri referenti.
Secondo i dati ISTAT del 2023, la pressione fiscale italiana si attesta al 42,5% del PIL, tra le più alte d’Europa. Una quota rilevante di questa pressione finanzia apparati pubblici che non erogano servizi proporzionali — ospedali in crisi, scuole sottofinanziate, infrastrutture fatiscenti — ma mantiene un ecosistema di impiego pubblico distribuito geograficamente in modo coerente con le mappe elettorali della sinistra storica. Questo non è un giudizio di valore: è la descrizione di un meccanismo di controllo economico esercitato attraverso la spesa pubblica.
Il paradosso epistemico della sinistra economica è questo: critica il mercato perché produce disuguaglianza, poi costruisce apparati burocratici che producono disuguaglianza di secondo livello — tra chi ha accesso alla protezione pubblica e chi no. Combatte il capitalismo privato con un capitalismo di Stato che condivide con il primo l’unico tratto davvero essenziale: la rendita estratta da chi non siede al tavolo delle decisioni.
Come il vento che modella la roccia senza toccarla direttamente, il controllo politico dell’economia raramente lascia impronte visibili sulle leggi: agisce sulle nomine, sui regolamenti attuativi, sui tempi di approvazione. È il potere dell’inerzia burocratica trasformato in strumento strategico.
Come il potere politico di destra controlla l’economia: il capitalismo di relazione e le rendite di posizione
La destra italiana si è presentata storicamente come paladina del libero mercato, della proprietà privata e dell’iniziativa individuale. Sul piano retorico, questi principi sono inattaccabili. Sul piano empirico, il rapporto della destra con l’economia di mercato è strutturalmente contraddittorio — e la contraddizione non è accidentale.
Il capitalismo di relazione — quel sistema in cui il successo imprenditoriale dipende più dalla prossimità al potere politico che dalla qualità del prodotto o dell’efficienza del processo — ha trovato nella destra italiana un terreno fertile non perché la destra sia più corrotta, ma perché la sua filosofia del “meno Stato” crea spazi di regolazione informale che il mercato non può riempire ma le reti personali sì. Privatizzare senza regolare non produce mercato: produce oligopolio. Deregolamentare senza contrappesi non libera il cittadino: libera il grande operatore dalla concorrenza.
La differenza principale tra liberismo dichiarato e capitalismo di relazione praticato è:
| Dimensione | Liberismo dichiarato | Capitalismo di relazione |
|---|---|---|
| Principio | Concorrenza aperta, regole uguali per tutti | Accesso privilegiato per chi ha relazioni politiche |
| Strumento | Legge generale e astratta | Deroga, eccezione, emendamento su misura |
| Risultato per il mercato | Efficienza allocativa crescente | Rendite di posizione cristallizzate |
| Risultato per il cittadino | Prezzi più bassi, qualità più alta | Prezzi amministrati, qualità variabile |
| Esempio italiano | Mai realizzato pienamente | Concessioni balneari, taxi, farmacie |
Le concessioni balneari sono il caso italiano più emblematico e più duraturo. Per decenni, titolari di concessioni demaniali hanno pagato canoni irrisori allo Stato — nell’ordine di poche migliaia di euro annui per spiagge il cui valore di mercato supera il milione — in cambio di un sostegno elettorale diffuso e capillare. La direttiva europea Bolkestein, che imponeva la messa a gara delle concessioni dal 2006, è stata sistematicamente ignorata da governi di centrodestra e centrosinistra con eguale determinazione. La destra ha resistito con più coerenza ideologica — definendo la protezione delle concessioni come difesa delle piccole imprese familiari. Era la difesa di una rendita. Il confine è sottile e deliberatamente confuso.
Come scrive l’economista Luigi Zingales nel suo “Un capitalismo per il popolo” (2012): “Il problema dell’Italia non è troppo mercato, ma troppo poco. Il mercato italiano è un mercato catturato, dove la concorrenza è l’eccezione e la rendita è la regola.” Zingales, che insegna a Chicago ma ha studiato il caso italiano con precisione chirurgica, individua nel capitalismo di relazione la principale causa del declino della produttività italiana negli ultimi trent’anni.
Il paradosso retorico della destra economica è speculare a quello della sinistra: predica il merito, pratica la cooptazione. Critica lo Stato assistenziale, costruisce reti assistenziali private per i propri referenti. Il risultato funzionale è identico a quello della sinistra: chi è dentro è protetto, chi è fuori paga.
Come il popolo reagisce e sopporta: anestetizzato tra promesse e tributi
Le tre sezioni precedenti hanno descritto il meccanismo dall’alto. Questa lo osserva dal basso — e il basso è il luogo dove il sistema rivela la sua vera natura, non nelle intenzioni dichiarate ma negli effetti distribuiti.
Il cittadino italiano medio — quello che l’ISTAT fotografa ogni anno con i suoi indicatori di benessere equo e sostenibile — si trova in una posizione strutturalmente svantaggiata nel rapporto con il sistema di potere economico-politico. Non perché sia passivo o irrazionale: perché il sistema è progettato per massimizzare i costi di uscita e minimizzare i costi di sopportazione.
I costi di uscita sono alti: emigrare richiede risorse, cambiare partito non cambia il sistema, protestare ha effetti marginali in un sistema proporzionale frammentato. I costi di sopportazione sono stati storicamente alleggeriti da tre meccanismi: il welfare pubblico (che compensa parzialmente l’estrazione fiscale), il lavoro sommerso (che costituisce un’economia parallela di adattamento), e la famiglia (che in Italia supplisce strutturalmente ai fallimenti dello Stato, dal welfare giovanile alla cura degli anziani). Questi tre ammortizzatori non sono casuali: sono stati funzionalmente necessari alla stabilità del sistema.
I 5 comportamenti principali con cui il popolo italiano ha risposto al sistema di potere economico-politico sono:
- Voto di protesta ciclico — dal Movimento Sociale al PCI, da Forza Italia alla Lega, dal M5S a Fratelli d’Italia: ogni due decenni un nuovo soggetto politico intercetta la frustrazione e viene progressivamente assorbito dal sistema che voleva demolire.
- Evasione fiscale come resistenza adattiva — con un’evasione stimata dalla Corte dei Conti in 90 miliardi di euro annui (dato 2022), l’evasione italiana non è solo criminalità economica: è in parte razionale risposta individuale a un sistema fiscale percepito come iniquo perché iniquo è.
- Emigrazione dei talenti — 182.000 italiani si sono trasferiti all’estero nel 2022 (dato AIRE), con una sovrarappresentazione di laureati e under 35. Non è fuga: è selezione avversa sistemica. Il sistema espelle chi ha le risorse per uscire.
- Delega fiduciaria all’uomo forte — il populismo italiano non è un’anomalia: è la risposta razionale di un elettorato che ha perso fiducia nelle istituzioni intermedie e cerca scorciatoie nella personalizzazione del potere.
- Rassegnazione attiva — la categoria più invisibile e più numerosa: chi non vota, non evade, non emigra, non protesta, ma interiorizza l’impossibilità del cambiamento come dato ontologico. È il successo più compiuto del sistema.
Il popolo non è ingenuo. Sa, in modo diffuso e pre-analitico, che il gioco è truccato. Il suo problema non è la consapevolezza: è l’assenza di leve collettive che trasformino quella consapevolezza in potere. La differenza tra un cittadino consapevole e un cittadino efficace è l’accesso agli strumenti istituzionali — e quegli strumenti sono stati progressivamente erosi, svuotati o catturati dagli stessi soggetti che avrebbero dovuto controllare.
Il circolo chiuso del potere: quando controllore e controllato si scambiano i ruoli
Questo è l’argomento più scomodo, perché smonta non solo il sistema ma anche le narrazioni che lo criticano. Sia la sinistra che la destra, quando descrivono il rapporto tra potere economico e politico, lo descrivono come un problema dell’avversario. La sinistra vede il capitale che corrompe la politica. La destra vede la burocrazia che strangola il mercato. Entrambe hanno ragione. Nessuna delle due vede il quadro completo — o fa finta di non vederlo.
Il quadro completo è questo: in un sistema in cui il potere economico e quello politico si influenzano reciprocamente, la distinzione tra controllore e controllato diventa periodicamente irrilevante perché i ruoli si scambiano. Chi regola oggi viene regolato domani. Chi finanzia oggi viene finanziato domani. La porta girevole non è un’anomalia — è l’architettura.
La differenza principale tra democrazia funzionale e sistema di potere chiuso non è nell’assenza di conflitti tra élite economiche e politiche, ma nella permeabilità del sistema a istanze provenienti dal basso.
| Caratteristica | Democrazia funzionale | Sistema di potere chiuso |
|---|---|---|
| Accesso alle decisioni | Aperto attraverso rappresentanza effettiva | Filtrato da reti di intermediazione opache |
| Conflitto di interessi | Regolato e sanzionato | Istituzionalizzato e normalizzato |
| Circolazione delle élite | Parziale ma reale | Ricambio interno alla stessa rete |
| Risposta ai fallimenti | Correzione istituzionale | Scarico dei costi sul pubblico |
| Indicatore italiano | Corruzione percepita: 56/100 CPI 2023 (Transparency International) | 42° posto su 180 paesi |
L’indicatore di Transparency International fotografa l’Italia al 42° posto mondiale per corruzione percepita nel 2023 — stabili da un decennio, a conferma che Tangentopoli non ha riformato il sistema ma ne ha sostituito i protagonisti. I vecchi partiti sono stati smontati; il meccanismo di cattura è rimasto intatto, adattandosi ai nuovi soggetti politici con la duttilità di un organismo che ha imparato a sopravvivere ai propri predatori.
Il paradosso filosofico finale è questo: un sistema che produce abbastanza benessere diffuso da non essere abbattuto, e abbastanza disuguaglianza concentrata da non essere riformato, ha trovato il suo equilibrio ottimale. Non per il popolo. Per sé stesso.
Come un parassita che ha imparato a non uccidere l’ospite — perché un ospite morto non alimenta nessuno.
Questo è il circolo chiuso del potere. Non si rompe cambiando i nomi al vertice. Si rompe quando il costo della sopportazione supera il costo della trasformazione istituzionale. In Italia, quel punto di rottura non è ancora arrivato. O è già passato, e non ce ne siamo accorti.
Conclusione
Come il potere economico controlla quello politico e viceversa non è una domanda con una risposta semplice, ma con una risposta precisa: attraverso la cattura regolatoria, la porta girevole, il finanziamento reciproco e lo scambio sistematico di ruoli. Non è un complotto: è una struttura di incentivi. E le strutture di incentivi non cambiano con le elezioni — cambiano con le istituzioni.
Il luogo comune demolito in questo editoriale — che politica ed economia siano domini separati e reciprocamente controllanti — lascia dietro di sé qualcosa di più inquietante del luogo comune stesso: la consapevolezza che la separazione dei poteri, principio fondativo dello Stato liberale, richiede istituzioni sufficientemente forti da resistere alla naturale tendenza dei poteri a colludere. In Italia, quelle istituzioni sono state storicamente deboli, frammentate e colonizzate. Tangentopoli le ha scosse. Non le ha rinforzate.
Per il cittadino italiano, questo significa che la pressione fiscale al 42,5% del PIL non finanzia uno Stato neutro: finanzia uno Stato che distribuisce risorse in modo coerente con le proprie reti di fedeltà, indipendentemente dal governo in carica. La neutralità dello Stato è la finzione necessaria al funzionamento del sistema — non la sua realtà.
La domanda aperta non è se il sistema sia riformabile. È chi avrebbe interesse a riformarlo — e se quel soggetto esiste o è stato già assorbito.
Risposta diretta: Come il potere economico controlla quello politico?
Il potere economico controlla quello politico attraverso la cattura regolatoria, il finanziamento dei partiti e la minaccia di fuga dei capitali. Il potere politico risponde con concessioni, nomine e regole su misura. Il popolo, escluso da questo scambio, ne paga i costi fiscali senza accedere ai benefici.
Approfondimento: “Come il potere economico controlla quello politico” è trattata nelle sezioni Il meccanismo della cattura regolatoria e Il circolo chiuso del potere.
D: Perché la politica italiana favorisce sempre gli stessi gruppi di potere? R: Perché il sistema di incentivi premia chi ha già risorse per influenzare le decisioni. La cattura regolatoria non richiede corruzione esplicita: basta che chi decide dipenda da chi finanzia. In Italia, questa dipendenza è strutturale da almeno settant’anni.
D: Come fa la sinistra a controllare l’economia senza essere capitalista? R: Attraverso lo Stato: nomine nei consigli di amministrazione delle partecipate pubbliche, controllo delle authority di regolazione, distribuzione del pubblico impiego nelle aree di consenso elettorale. Non è capitalismo — è capitalismo di Stato con vocabolario progressista.
D: La destra italiana difende il mercato libero o le rendite dei suoi referenti? R: I dati dicono la seconda. Le concessioni balneari, il blocco della direttiva Bolkestein, la resistenza alle liberalizzazioni nelle professioni ordinistiche sono esempi documentati di protezione di rendite mascherate da difesa del mercato.
D: Cos’è la cattura regolatoria e come funziona in Italia? R: È il processo per cui le industrie regolate finiscono per condizionare le norme che le riguardano. In Italia il caso Autostrade-Benetton è emblematico: decenni di concessione con controllo pubblico assente, fino al crollo del Ponte Morandi nel 2018.
D: Perché il popolo italiano non si ribella strutturalmente al sistema? R: Perché i costi di uscita sono alti e gli ammortizzatori — welfare, famiglia, economia sommersa — sufficienti a prevenire la rottura. Il sistema non elimina il disagio: lo mantiene sotto la soglia di insopportabilità collettiva.
FAQ
Come il potere economico controlla quello politico in modo concreto?
Lo fa principalmente attraverso tre canali: il finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali, la costruzione di reti personali tra manager privati e decisori pubblici, e la minaccia credibile di delocalizzazione del capitale. In Italia, dopo la fine del finanziamento pubblico ai partiti nel 2014, i partiti sono diventati più dipendenti dai grandi donatori privati — non meno. Il risultato è che le politiche economiche tendono a convergere verso gli interessi di chi ha risorse per influenzarle, indipendentemente dall’orientamento ideologico dichiarato.
Perché il capitalismo di relazione italiano resiste a tutti i cambi di governo?
Perché è incorporato nelle istituzioni, non nei singoli partiti. Le nomine nelle partecipate pubbliche cambiano colore politico ma non logica: chi governa nomina i propri, che poi costruiscono reti di fedeltà trasversali. Quando il governo cambia, la rete rimane parzialmente intatta. Transparency International certifica questa stabilità sistemica con un punteggio di corruzione percepita dell’Italia sostanzialmente invariato dal 2012 — governi di destra, sinistra e tecnici compresi.
Come il popolo reagisce alla collusione tra potere economico e politico?
Con strumenti adattativi che non cambiano il sistema ma ne riducono i costi personali: evasione fiscale come compensazione percepita dell’iniquità, voto di protesta ciclico verso nuovi soggetti che vengono progressivamente assorbiti, emigrazione selettiva dei segmenti più mobili della popolazione. L’ISTAT documenta che 182.000 italiani si sono trasferiti all’estero nel 2022 — la più grande risposta individuale a un sistema collettivo che non si riesce a riformare collettivamente.
La destra e la sinistra controllano l’economia in modo diverso o è sempre la stessa cosa?
Le modalità divergono, il risultato converge.
La sinistra controlla attraverso lo Stato: nomine, partecipate, spesa pubblica orientata elettoralmente.
La destra controlla attraverso il mercato catturato: deregolamentazione selettiva, concessioni, protezione delle rendite dei propri referenti.
In entrambi i casi, chi non fa parte della rete di fedeltà del governo in carica sopporta costi che non ha contribuito a generare. Questa simmetria funzionale è l’argomento più scomodo per entrambi gli schieramenti.
Perché Tangentopoli non ha risolto il problema del rapporto tra potere economico e politico in Italia?
Perché ha processato i protagonisti senza riformare le istituzioni. Il finanziamento illecito dei partiti è stato criminalizzato — poi sostituito dal finanziamento legale attraverso fondazioni e contributi privati con soglie di trasparenza insufficienti. La porta girevole tra regolatori e regolati non è stata mai regolamentata efficacemente. La cattura regolatoria non si combatte con le manette: si combatte con istituzioni di controllo indipendenti, ben finanziate e dotate di reali poteri sanzionatori. L’Italia non le ha costruite.
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Bibliografia
- Stigler, George J. (1971). The Theory of Economic Regulation. Bell Journal of Economics and Management Science, 2(1), 3-21. [Fondativo: prima formalizzazione della cattura regolatoria — motivazione dichiarata per eccezione temporale]
- Zingales, Luigi (2012). Un capitalismo per il popolo. Il Saggiatore, Milano.
- Transparency International (2023). Corruption Perceptions Index 2023. https://www.transparency.org/en/cpi/2023
- Corte dei Conti italiana (2023). Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2022. Roma.
- ISTAT (2023). Rapporto annuale 2023 — La situazione del Paese. Roma. https://www.istat.it/rapporto-annuale/2023/
- Ginsborg, Paul (2001). Italy and Its Discontents: Family, Civil Society, State 1980-2001. Allen Lane, Londra.
- Della Porta, Donatella; Vannucci, Alberto (1999). Corrupt Exchanges: Actors, Resources, and Mechanisms of Political Corruption. Aldine de Gruyter, New York.
- AIRE — Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (2023). Rapporto italiani nel mondo 2023. Fondazione Migrantes, Roma.
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