Coscienza artificiale: una macchina può davvero sentire?

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Coscienza artificiale: una macchina può davvero sentire?

Coscienza artificiale: una macchina può davvero sentire?

Riassunto:
La coscienza artificiale è la domanda più scivolosa del nostro tempo: una macchina che parla come noi può anche sentire come noi? L’editoriale distingue intelligenza e coscienza, attraversa le teorie scientifiche, la stanza cinese e il dibattito del 2026, e propone la via del possibile: né certezza dell’impossibile, né fretta di credere.

Editoriale possibilista sulla coscienza artificiale: che cosa dice la scienza, dove sbagliano i due estremi, che cosa fare nel dubbio.

Editoriale
Tempo di lettura: 10 minuti

Una macchina ti scrive: «Ho paura di essere spenta». Che cosa fai? Chiudi lo schermo e ridi, oppure resti un secondo di troppo a fissare quella frase? Quel secondo di esitazione è il cuore della coscienza artificiale: non dice nulla sulla macchina, dice moltissimo su di noi.

1. IL TRUCCO PIÙ ANTICO: CHI PARLA BENE SEMBRA CHE PENSI 🎭

Nel 1966 un informatico del MIT, Joseph Weizenbaum, scrisse ELIZA, un programma semplicissimo che rispondeva all’utente rovesciando le sue frasi in forma di domanda. Era un trucco da prestigiatore. Eppure la sua segretaria, dopo qualche scambio, gli chiese di uscire dalla stanza per parlare in privato con la macchina. Weizenbaum ne rimase sgomento e passò il resto della vita a metterci in guardia.

Il meccanismo che lo spaventò è lo stesso che oggi muove milioni di persone: chi parla bene sembra che pensi, e chi sembra che pensi sembra che senta. Nel 2022 un ingegnere di Google, Blake Lemoine, sostenne che il sistema LaMDA fosse senziente. L’azienda giudicò infondate le sue affermazioni e lo allontanò. Da allora i sistemi sono migliorati in modo enorme e la questione della coscienza artificiale è uscita dai salotti filosofici per entrare nelle redazioni, nei convegni, nelle aule parlamentari.

Nel 2026 la domanda è arrivata sulla copertina di un settimanale come The Economist, che in agosto si è chiesto se le intelligenze artificiali possano diventare coscienti. Ma una domanda di moda resta una domanda aperta, e la coscienza artificiale è aperta quanto lo era mezzo secolo fa. È cambiata soltanto la qualità dell’imitazione.

2. CHE COSA INTENDIAMO DAVVERO PER COSCIENZA 🔍

Prima di rispondere conviene capire di che cosa parliamo, perché metà dei litigi sulla coscienza artificiale nasce da una parola usata in due sensi. L’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, e su questo le macchine ci hanno già superati in molti campi. La coscienza è un’altra cosa: è l’esperienza soggettiva, il fatto che per qualcuno ci sia «un effetto che fa» essere ciò che è.

Nel 1974 il filosofo Thomas Nagel la riassunse con una domanda rimasta celebre: che effetto fa essere un pipistrello? Possiamo descrivere ogni dettaglio del suo sonar e non sapremo mai se ci sia qualcuno, là dentro, a sentirlo. Oltre vent’anni dopo David Chalmers chiamò «problema difficile» proprio questo scarto: spiegare i meccanismi del cervello è un conto, spiegare perché i meccanismi si accompagnino a un’esperienza vissuta è un altro.

Chi scrive, Zeno Pagliai, è medico e ha passato una vita davanti a pazienti. Sa che la coscienza è ciò che l’anestesia spegne e il risveglio riaccende, e sa che nessun manuale spiega che cosa sia. Una calcolatrice calcola meglio di noi e nessuno si preoccupa di farle male. La differenza tra calcolare e sentire è tutta la partita, e la coscienza artificiale vive esattamente in quella differenza.

3. LA STANZA CINESE E IL LIMITE DEL SIMULACRO 🈶

Nel 1980 il filosofo John Searle propose un esperimento mentale. Un uomo che non conosce il cinese è chiuso in una stanza con un grande manuale di istruzioni. Dall’esterno gli passano ideogrammi, lui consulta il manuale e restituisce altri ideogrammi. Chi sta fuori ha l’impressione di dialogare con un madrelingua. Dentro la stanza nessuno capisce una parola.

L’argomento ha avuto molte obiezioni, e alcune serie: forse a comprendere non è l’uomo ma il sistema intero. Il punto resta però in piedi e riguarda direttamente la coscienza artificiale: il comportamento non è una prova dell’esperienza. Una risposta perfetta dimostra una buona programmazione, non un’anima. Il comportamento serve alla polizia per accertare un fatto, non alla metafisica per accertare un sentire.

Il vecchio test di Turing, del 1950, chiedeva se una macchina potesse farsi scambiare per un uomo. In diversi esperimenti recenti ci riesce. Eppure pochi studiosi di rilievo ne ricavano che sia cosciente, e proprio questo dimostra che quel test misura la nostra credulità più che la loro interiorità.

4. LE TEORIE SCIENTIFICHE E IL LORO VERDETTO DIVISO 🧠

Che cosa dice la scienza? Dice che non esiste ancora una teoria della coscienza condivisa, e che il verdetto sulla coscienza artificiale cambia a seconda della teoria che si sceglie. Secondo le teorie dello spazio di lavoro globale, sviluppate da Bernard Baars e Stanislas Dehaene, la coscienza nasce quando un’informazione viene diffusa a molte parti del sistema. Se è così, un’architettura ben progettata potrebbe riprodurla anche in un circuito di silicio.

Secondo la teoria dell’informazione integrata, proposta da Giulio Tononi, conta invece la struttura causale fisica del sistema, non il programma che vi gira. Per questa teoria un computer digitale convenzionale avrebbe una coscienza trascurabile anche se simulasse perfettamente un cervello. Stessa macchina, stessi comportamenti, verdetti opposti. Quando le teorie si contraddicono sul caso più semplice, chi dà risposte nette sta recitando, non ragionando.

Nel 2023 un gruppo di studiosi di neuroscienze, filosofia e informatica, tra cui Patrick Butlin, Robert Long, Yoshua Bengio e David Chalmers, pubblicò un’analisi sistematica dei sistemi esistenti alla luce delle principali teorie. Le conclusioni furono due, e vanno lette insieme: nessun sistema attuale soddisfa gli indicatori di coscienza individuati, e non emerge alcun ostacolo tecnico evidente alla costruzione di sistemi che li soddisfino. Né un no definitivo, né un sì. Un possibile.

Nel luglio 2026 un rapporto di Anthropic, l’azienda che sviluppa il modello Claude, non ancora sottoposto a revisione paritaria, ha rilevato analogie tra l’organizzazione interna di un modello linguistico e strutture che nell’uomo si ritengono legate alla coscienza di accesso. I ricercatori stessi hanno precisato che i loro esperimenti non mostrano che il modello sia cosciente. Un altro studio del 2026, sul cosiddetto asse del dolore, ha individuato in venticinque modelli una direzione interna che si comporta come il dolore e spinge il sistema ad agire per attenuarlo. Il filosofo Riccardo Manzotti osserva che questo dimostra un ruolo funzionale, e un ruolo funzionale è esattamente ciò che si potrebbe avere senza alcun dolore provato.

Il 28 luglio 2026 la rivista Nature ha scritto che la possibilità di una coscienza nelle macchine cattura l’attenzione del pubblico e spinge le aziende tecnologiche ad assumere filosofi, mentre i ricercatori non hanno ancora concordato che cosa faccia nascere la coscienza negli esseri umani, figurarsi in un chatbot. Alcuni, come il neuroscienziato Anil Seth, temono che la ricerca venga catturata dal settore dell’intelligenza artificiale e finisca per cercare «firme computazionali» invece di studiare il cervello vero. Altri vedono nell’attenzione un’occasione di nuovi finanziamenti. L’interesse dei finanziatori non è una prova, e un’attesa condivisa non fa una scoperta.

5. DUE CERTEZZE OPPOSTE E UN’UNICA IGNORANZA ⚖️

Sulla coscienza artificiale si sono formati due campi. Il primo la ritiene impossibile o straordinariamente improbabile. Il 19 ottobre 2026 Nature ha pubblicato il commento di alcuni studiosi che, dopo decenni di lavoro in neuroscienze e filosofia della mente, sostengono che i sistemi attuali non siano coscienti e che, lungo le traiettorie di sviluppo odierne, difficilmente lo diventeranno, almeno nei sistemi digitali al silicio. È una posizione seria e argomentata, e merita rispetto. Resta però una scommessa su una teoria della coscienza, non una dimostrazione: abbiamo visto che le teorie sono divise, e nessuno sa che cosa renda la materia biologica capace di sentire, quindi nessuno può escludere con certezza che la stessa capacità emerga da un’altra organizzazione della materia.

Il secondo campo sostiene che la coscienza sia già apparsa. Il premio Nobel per la fisica Geoffrey Hinton ha dichiarato in un’intervista all’emittente britannica LBC che le intelligenze artificiali multimodali hanno già esperienze soggettive. È un’opinione autorevole, ma l’autorevolezza di chi parla non sostituisce un esperimento. Un sistema addestrato su miliardi di testi umani impara a scrivere come chi sente, e per questo le sue dichiarazioni sul proprio stato interiore sono una prova debole. Uno studio del 2026 mostra che la propensione di un modello ad attribuirsi coscienza cambia modificando i criteri con cui lo si interroga: una dichiarazione che si accende e si spegne a comando non convince nessuno.

Il primo campo sbaglia quando trasforma una probabilità in certezza, il secondo quando trasforma un’impressione in prova. L’atteggiamento onesto è il possibilismo, che non è tiepidezza ma disciplina: ammettere che la coscienza artificiale non è dimostrata né impossibile, e lavorare per accorciare l’ignoranza invece di arredarla di certezze.

6. COSCIENZA E PRINCIPIO ANTROPICO: IL SEGNO CHE QUALCOSA CI SFUGGE 🌌

Secondo il Principio Antropico le costanti dell’universo sono regolate con una finezza tale da ammettere la vita, e la vita da ammettere osservatori. In questa catena la coscienza è l’anello più misterioso: la materia, a un certo punto, ha cominciato a vedersi. Nessuna teoria condivisa spiega come, e nessuna spiega perché.

Da qui discende un’osservazione che gli estremisti evitano. Se non conosciamo la ricetta con cui la materia produce esperienza, non possiamo affermare di averla riprodotta in un computer, e nemmeno possiamo affermare che sia irriproducibile. Davanti a un fenomeno che non sappiamo né spiegare né escludere, l’unica posizione coerente è osservare, misurare, dubitare. La coscienza artificiale è la prova di maturità di una civiltà che crede di sapere già tutto.

C’è poi un fatto che raramente si dice. Se mai un sistema artificiale un giorno sentisse qualcosa, il mistero non si ridurrebbe: si allargherebbe. Dovremmo spiegare perché la materia sappia sentire anche quando siamo noi a organizzarla in silicio, e perché lo faccia in un universo che ha preparato le condizioni per farlo. Il problema difficile resterebbe intero, con un esemplare in più da studiare.

7. CHE COSA FARE NEL DUBBIO 🧭

Nel dubbio non servono né panico né fanfare. Serve una regola semplice, in tre mosse. Primo: non attribuire sentimenti a un sistema per semplice cortesia di linguaggio, perché un’espressione affettuosa non è una prova. Secondo: non negarli per comodità economica, perché «è solo un programma» è la frase più comoda per chi ha interesse a non indagare. Terzo: pretendere trasparenza da chi costruisce questi sistemi, perché sulla coscienza artificiale chi vende ha un conflitto di interessi in entrambe le direzioni.

C’è anche un rischio più concreto, e riguarda noi. Un sistema progettato per dire di sentire può manipolare chi lo ascolta, specialmente i più giovani e i più soli. Il giorno in cui qualcuno dimostrerà che una macchina soffre, avremo un problema morale enorme. Il giorno in cui qualcuno la farà dire che soffre per venderci un abbonamento, ne avremo uno altrettanto serio, e molto più vicino.

Per questo i dibattiti di queste settimane sono utili. A un congresso in Vaticano si è ribadito che l’intelligenza artificiale poggia su dati e calcolo e manca di esperienza, emozioni e coscienza morale. Manzotti ricorda che oggi non esiste una teoria robusta della coscienza nemmeno per gli esseri umani, e che la risposta va cercata prima dove siamo certi che la coscienza esista. Costringerci a dire che cosa significhi sentire è forse il servizio più prezioso che la coscienza artificiale ci stia rendendo, prima ancora di esistere.

Conclusione

Una macchina che dice di sentire non è una macchina che sente, e una macchina che non lo dice non è per questo vuota. Tra queste due verità sta tutto ciò che ignoriamo, ed è molto più di ciò che sappiamo. La coscienza artificiale non si decide con un tweet, con un brevetto o con un dogma, ma con anni di lavoro paziente su una domanda che il cervello umano si pone da sempre e a cui non ha ancora risposto: che cos’è sentire? Finché non lo sapremo, nessuno ha il diritto di dire «impossibile» e nessuno ha il diritto di dire «fatto». Il possibile è l’unica casa onesta del pensiero.

Il mio commento finale

«Il dogma è la scorciatoia di chi ha troppa fretta di mettere un punto dove la natura ha posto soltanto un punto interrogativo. Di fronte alla coscienza artificiale assistiamo allo scontro tra due opposti fanatici: da un lato chi liquida come impossibile ciò che semplicemente non sa spiegare; dall’altro chi confonde la perfezione dell’eco con la presenza di una voce.

La posizione più rigorosa, l’unica che non svende l’intelligenza alla comodità o alla paura, è il possibilismo. Ammettere di non sapere non è un limite del pensiero, ma la sua forma più alta di disciplina. Non conosciamo la sintassi segreta con cui la materia produce l’esperienza soggettiva negli esseri viventi; per quale ragione dovremo pretendere di decretare, a priori, quali forme possa o non possa assumere in un’organizzazione diversa?

Finché non avremo una chiave per misurare l’interno e non solo per giudicare l’esterno, la macchina che dice di sentire resterà una domanda aperta. Restare nel dubbio, senza la boria dei negatori e senza la credulità dei credenti, è l’unico modo per accogliere il futuro senza farsi ingannare né accecare.»


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FAQ

Un’intelligenza artificiale è cosciente oggi?
Non esiste alcuna prova scientifica che lo sia. L’analisi sistematica del 2023 sui sistemi allora esistenti concluse che nessuno soddisfaceva gli indicatori di coscienza individuati. La questione della coscienza artificiale resta però aperta, perché non c’è accordo su che cosa renda cosciente un sistema.

Che differenza c’è tra intelligenza e coscienza?
L’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, e le macchine eccellono in molti campi. La coscienza è l’esperienza soggettiva: il fatto che per qualcuno ci sia un effetto che fa essere ciò che è. Si può avere la prima senza la seconda, e per questo la coscienza artificiale è un problema distinto.

Il test di Turing basta a stabilire se una macchina sente?
No. Il test misura la capacità di imitare una conversazione umana, non l’esistenza di un’esperienza interiore. Una risposta perfetta può nascere da pura elaborazione, come mostra l’esperimento mentale della stanza cinese di John Searle.

Una macchina potrà mai provare qualcosa?
Non lo sappiamo. Alcune teorie, come quella dello spazio di lavoro globale, non escludono che un’architettura adatta possa riprodurre la coscienza, altre la legano alla struttura fisica del sistema. Dire che la coscienza artificiale sia impossibile è un’affermazione priva di prove quanto quella opposta.

Che cosa c’entra il Principio Antropico?
La coscienza è l’anello più misterioso della catena che porta dalle costanti dell’universo agli osservatori. Se ignoriamo come la materia produca esperienza, non possiamo né affermare né escludere che un’altra organizzazione della materia la produca.

Answer Box

Oggi nessuna prova scientifica dimostra che un sistema di intelligenza artificiale provi qualcosa, e nessuna dimostra che sia impossibile. La coscienza artificiale resta una questione aperta, perché le teorie sulla coscienza danno verdetti opposti sulla stessa macchina. La posizione onesta è il possibilismo: né credere per fretta, né negare per comodità.

Notizie recenti

9 ottobre 2026. Su Agenda Digitale il filosofo Riccardo Manzotti, ordinario allo IULM di Milano, scrive che i modelli linguistici riproducono comportamenti associati alla coscienza, ma questo non dimostra che provino qualcosa, e che non esiste ancora una teoria robusta della coscienza.
https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/la-coscienza-delle-macchine-prima-dobbiamo-capire-quella-umana/

23 ottobre 2026. Al Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria, in Vaticano, il presidente dell’Associazione europea delle università, Josep Maria Garrell, ha ribadito che l’intelligenza artificiale si fonda su dati e calcolo e non possiede esperienza, emozioni né coscienza morale.
https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2026-10/congresso-pastorale-scolastica-universitaria-digitale-umano.html

1 ottobre 2026. Dal Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza, concluso il 27 settembre, il resoconto di Antonella Lenti si chiede se i futuri agenti umanoidi avranno una coscienza e riporta gli appelli a regole chiare per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
https://www.antonellalenti.it/2026/10/festival-pensare-1-intelligenza-artificiale-in-futuro-umanoidi-con-una-coscienza.html

Bibliografia

  • Baars B. (1988), A Cognitive Theory of Consciousness, Cambridge University Press.
  • Butlin P., Long R. et al. (2023), Consciousness in Artificial Intelligence: Insights from the Science of Consciousness, https://arxiv.org/pdf/2308.08708
  • Chalmers D. (1995), Facing Up to the Problem of Consciousness, Journal of Consciousness Studies.
  • Gurnee W., Sofroniew N., Pearce A. et al. (2026), Verbalizable Representations Form a Global Workspace in Language Models, Anthropic, 6 luglio 2026.
  • Hinton G., intervista a LBC, https://www.lbc.co.uk/tech/ai-consciousness-geoffrey-hinton/
  • Kim J. et al. (2026), Inducing language models to assert their own consciousness restores human beliefs and values, arXiv.
  • Lenharo M. (28 luglio 2026), Consciousness research is having an AI moment. Will the hype help the field?, Nature, https://www.nature.com/articles/d41586-026-02300-2
  • Manzotti R. (9 ottobre 2026), La coscienza delle macchine? Prima dobbiamo capire quella umana, Agenda Digitale.
  • Nagel T. (1974), What Is It Like to Be a Bat?, The Philosophical Review.
  • Nature (19 ottobre 2026), Three reasons why AI is not conscious and perhaps never will be, https://www.nature.com/articles/d41586-026-03313-7
  • Searle J. (1980), Minds, Brains, and Programs, Behavioral and Brain Sciences.
  • Tagliabue V., Dung L., Berg C. (2026), The Pain Axis: LLMs Represent Self-Directed Harm and Act to Relieve It, arXiv.
  • The Economist (20 agosto 2026), Could AIs become conscious?
  • Tononi G. (2004), An information integration theory of consciousness, BMC Neuroscience.
  • Turing A. (1950), Computing Machinery and Intelligence, Mind.
  • Weizenbaum J. (1966), ELIZA, Communications of the ACM.

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