Coscienza e Anima: perché il cervello non spiega chi guarda

ABSTRACT
Sappiamo descrivere con precisione crescente quali aree del cervello si attivano quando vediamo un colore o proviamo dolore. Quello che nessuna teoria scientifica sa ancora spiegare è perché tutto questo sia accompagnato da un’esperienza vissuta, invece che accadere “al buio”, senza che nessuno lo senta. È il problema difficile della coscienza, ed è rimasto tale anche dopo il più grande esperimento mai condotto per risolverlo. L’articolo ripercorre la questione, il suo verdetto scientifico più recente, e perché tocca da vicino il discorso sul Principio Antropico.
Terzo articolo della serie che segue il dialogo Ateo Evoluzionista vs Possibilista, dedicato a un solo argomento filosofico: la coscienza. Spiega la distinzione fra problema facile e problema difficile della coscienza formulata da David Chalmers, riporta l’esito del grande esperimento COGITATE pubblicato su Nature nell’aprile 2025 (che ha messo alla prova le due teorie scientifiche più accreditate senza confermarne nessuna), ed esamina perché l’esistenza stessa di un’esperienza soggettiva resti un dato che la sola fisica non sembra sufficiente a spiegare. Include anche il dibattito scientifico più recente sulle esperienze di premorte. Posizione dell’autore: possibilista, non ateo.
EDITORIALE
Tempo di lettura: 9 minuti
C’è un capitolo del Principio Antropico che non riguarda né una costante né un pianeta, ma l’osservatore stesso: chi è, o che cosa è, a fare esperienza di tutto il resto. È la domanda sulla coscienza, ed è forse l’unica, fra tutte quelle toccate in questa serie, su cui la scienza più avanzata ha appena dato un verdetto esplicito — e quel verdetto non è quello che molti si aspettavano.
IL PROBLEMA FACILE E IL PROBLEMA DIFFICILE 🧩
Questa distinzione è centrale per capire perché la coscienza sia un capitolo a sé nel discorso sul Principio Antropico. Nel 1995 il filosofo David Chalmers ha proposto una distinzione diventata oggi uno standard nel campo: esistono “problemi facili” della coscienza, come spiegare quali circuiti neurali elaborano un’informazione visiva o regolano l’attenzione, e un “problema difficile”, cioè spiegare perché a tutto questo processo si accompagni un’esperienza soggettiva vissuta — il modo in cui è “sentito dall’interno” vedere il rosso, provare dolore, assaggiare il caffè. I problemi facili, per quanto tecnicamente complessi, sono in linea di principio risolvibili col metodo scientifico ordinario: si tratta di mappare meccanismi. Il problema difficile resiste a un livello diverso: anche una mappa completa di ogni neurone attivo non spiegherebbe, da sola, perché quell’attività non avvenga semplicemente “al buio”, senza che nessuno la provi.
IL PIÙ GRANDE ESPERIMENTO MAI TENTATO SULLA COSCIENZA 🔬
Qui il discorso sul Principio Antropico lascia il terreno puramente filosofico ed entra nella cronaca scientifica più recente. Il 30 aprile 2025 la rivista Nature ha pubblicato i risultati del progetto COGITATE, il più ampio tentativo mai condotto di mettere alla prova sperimentale due delle teorie scientifiche più influenti sulla coscienza. Sette anni di lavoro, sei laboratori indipendenti in tutto il mondo, 256 partecipanti osservati con risonanza magnetica, magnetoencefalografia e, in alcuni casi, elettrodi intracranici. La particolarità dell’esperimento non era solo la scala, ma il metodo: i sostenitori stessi delle due teorie rivali hanno concordato in anticipo, per iscritto, quali risultati avrebbero contato come conferma o come smentita di ciascuna — una collaborazione “antagonista” pensata apposta per impedire a chiunque di reinterpretare i dati a proprio favore dopo i fatti.
DUE TEORIE, NESSUNA VINCITRICE ⚖️
Anche questo capitolo del Principio Antropico merita i dettagli. Le due teorie messe a confronto erano la Teoria dell’Informazione Integrata (IIT) del neuroscienziato Giulio Tononi, secondo cui la coscienza dipende dalla connettività interna di una rete neurale nella parte posteriore del cervello, e la Teoria dello Spazio di Lavoro Globale (GNWT) del neuroscienziato Stanislas Dehaene, secondo cui la coscienza emerge quando un’informazione viene “trasmessa” a tutto il cervello attraverso la corteccia prefrontale. Il risultato, come ha scritto il biologo Enrico Bucci su Il Foglio commentando lo studio, non ha incoronato nessuna delle due: alcune predizioni specifiche di entrambe, formulate in modo esplicito e vincolante prima dell’analisi, sono state smentite dai dati. La corteccia prefrontale, centrale per la GNWT, non ha mostrato la rappresentazione robusta attesa; l’area posteriore, centrale per la IIT, non ha mostrato la sincronizzazione sostenuta prevista. Entrambe le teorie sono uscite ridimensionate.
PERCHÉ UN PAREGGIO È UN RISULTATO IMPORTANTE 🎯
Si potrebbe pensare che un esperimento costato sette anni e che non conferma nessuna delle due ipotesi in gara sia stato un fallimento. È vero l’esatto contrario, ed è qui che il discorso tocca da vicino il Principio Antropico: un esperimento ben costruito non deve necessariamente incoronare un vincitore, deve mettere le teorie a rischio reale di essere smentite, e permettere di distinguere ciò che è coerente con i dati da ciò che non lo è. In questo senso, COGITATE ha fatto esattamente il proprio lavoro. Ma proprio per questo il risultato pesa di più, non di meno: le due teorie più sofisticate, meglio finanziate e più rigorosamente messe alla prova finora, non spiegano ancora in modo soddisfacente come nasca l’esperienza soggettiva.
IL NODO DELLE ESPERIENZE DI PREMORTE 💭
Un secondo fronte del discorso sul Principio Antropico applicato alla coscienza, più controverso ma altrettanto attivo nella ricerca recente, riguarda le esperienze di premorte (NDE). Nel gennaio 2026 due ricercatori della Division of Perceptual Studies dell’Università della Virginia, Bruce Greyson e Marieta Pehlivanova, hanno pubblicato sulla rivista Psychology of Consciousness uno studio critico nei confronti del cosiddetto “modello Neptune”, che attribuisce le NDE a squilibri chimici e a una specifica area cerebrale, la giunzione temporoparietale. Secondo i due ricercatori, il modello spiega bene alcune caratteristiche isolate del fenomeno, ma non la sua natura complessiva: le NDE restano esperienze iper-realistiche, percepite con una nitidezza superiore a quella della vita quotidiana e ricordate con precisione anche a distanza di decenni. Non si tratta di una prova a favore di una sopravvivenza della coscienza al di fuori del cervello: è, più modestamente, un segnale che la spiegazione puramente chimica, oggi disponibile, non è ancora sufficiente.
COSA C’ENTRA TUTTO QUESTO COL PRINCIPIO ANTROPICO 🔗
Il collegamento non è immediato, ma è reale. Il Principio Antropico osserva che l’universo è calibrato in modo tale da rendere possibile l’esistenza di osservatori. Ma un osservatore non è solo un sistema fisico che elabora informazioni: è, per definizione, qualcosa che fa esperienza di ciò che elabora. Se la scienza più rigorosa non riesce ancora a spiegare come un sistema fisico produca esperienza soggettiva, allora l’osservatore stesso resta, paradossalmente, il fenomeno meno compreso dell’intero quadro.
LA POSIZIONE DEL POSSIBILISTA 🧭
Chi scrive non è ateo: è possibilista, come per ogni altro capitolo del Principio Antropico. E su questo tema, più che su altri, la cautela è d’obbligo in entrambe le direzioni: non si tratta di proclamare dimostrata l’esistenza di un’anima immateriale sulla base di un singolo studio critico, né di liquidare come “pseudoscienza” una domanda che il più grande esperimento mai condotto sul tema ha lasciato, onestamente, senza risposta definitiva.
CONCLUSIONE
Chiudiamo questo capitolo della serie sul Principio Antropico così come l’abbiamo aperto. La coscienza resta, di tutti i capitoli di questa serie, quello più vicino e insieme più sfuggente: è lo strumento con cui leggiamo l’articolo, non solo il suo argomento. Chi guarda l’universo calibrato di cui parla il Principio Antropico è, a sua volta, un mistero che il Principio Antropico non risolve da solo.
Risposta breve (Answer Box): nel quadro del Principio Antropico, la coscienza pone il cosiddetto “problema difficile”: spiegare perché l’elaborazione di informazioni nel cervello sia accompagnata da un’esperienza soggettiva vissuta. Il più grande esperimento mai condotto per testarlo, il progetto COGITATE pubblicato su Nature nell’aprile 2025, non ha confermato pienamente nessuna delle due teorie scientifiche più accreditate (IIT e GNWT). Anche il dibattito scientifico più recente sulle esperienze di premorte, nel gennaio 2026, mostra che la spiegazione puramente chimica della coscienza resta, a oggi, incompleta.
FAQ
Cos’è il “problema difficile” della coscienza?
È la domanda, formulata dal filosofo David Chalmers, sul perché l’elaborazione di informazioni nel cervello sia accompagnata da un’esperienza soggettiva vissuta.
Cos’è il progetto COGITATE?
È il più ampio esperimento mai condotto per testare le teorie scientifiche della coscienza, pubblicato su Nature il 30 aprile 2025.
Qual è stato il risultato di COGITATE?
Nessuna delle due teorie è uscita pienamente confermata: alcune predizioni specifiche di entrambe sono state smentite dai dati.
Cos’è il “modello Neptune” per le esperienze di premorte?
È un modello che attribuisce le esperienze di premorte a squilibri chimici nel cervello, oggi messo in discussione da ricercatori dell’Università della Virginia.
La coscienza ha a che fare col Principio Antropico?
Sì: il Principio Antropico osserva che l’universo è calibrato per rendere possibile l’esistenza di osservatori, ma non spiega che cosa sia l’osservatore in termini di esperienza vissuta.
DOMANDE E RISPOSTE
Se nemmeno le due migliori teorie scientifiche spiegano la coscienza, non significa semplicemente che serve più tempo e più dati?
È una posizione legittima. Il punto sollevato non è che il problema sia irrisolvibile per principio, ma che oggi, con gli strumenti più sofisticati mai costruiti, resta aperto. La prudenza richiede di non dichiarare chiuso un dibattito che i dati più recenti mostrano ancora vivo, in nessuna delle due direzioni.
Lo studio sulle NDE dimostra che la coscienza sopravvive alla morte del corpo?
No, e gli stessi autori non lo sostengono. Criticano la sufficienza esplicativa di un modello specifico, non affermano una tesi positiva sulla sopravvivenza della coscienza.
Perché un pareggio sperimentale come quello di COGITATE dovrebbe interessare chi non si occupa di neuroscienze?
Perché riguarda chiunque legga questo articolo nello stesso momento in cui lo sta leggendo: che cos’è l’esperienza che sta avendo in questo istante?
BIBLIOGRAFIA
- David J. Chalmers, “Facing Up to the Problem of Consciousness”, Journal of Consciousness Studies 2, 1995.
- Cogitate Consortium, “Adversarial testing of global neuronal workspace and integrated information theories of consciousness”, Nature, 2025.
- Giulio Tononi, Phi: A Voyage from the Brain to the Soul, Pantheon Books, 2012.
- Stanislas Dehaene, Consciousness and the Brain, Viking, 2014.
- Bruce Greyson, After: A Doctor Explores What Near-Death Experiences Reveal about Life and Beyond, St. Martin’s Essentials, 2021.
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